Toscana
Un anno vissuto con la gente di Kabul nel libro scritto da Chiara Cataldi
L'Afganistan, una terra martoriata da decine e decine di anni di guerre, finita sotto le bombe occidentali dopo l'11 settembre, poi ostaggio della lotta armata talebana e adesso alle prese con un...
L'Afganistan, una terra martoriata da decine e decine di anni di guerre, finita sotto le bombe occidentali dopo l'11 settembre, poi ostaggio della lotta armata talebana e adesso alle prese con un processo di ricostruzione che dire incerto è un eufemismo. È quanto ci viene normalmente presentato di questo paese asiatico da parte dei media e invece c'è chi ne scrive in un'altra maniera, mettendo l'attenzione sulla vita quotidiana dei cittadini della capitale, Kabul, da parte di chi ha avuto la possibilità di viverci per un anno. Parliamo del libro "Prima bevi il tè, poi fai la guerra. Racconto di un anno", edito da Stampa Alternativa, presentato nei locali della biblioteca comunale e scritto da Chiara Cataldi (nella foto), oggi addetta all'ufficio stampa del Comune di Collesalvetti, ma con esperienze presso le ambasciate italiane ad Abu Dhabi e appunto a Kabul. Un anno, il 2008, passato tra le stanze del corpo diplomatico italiano e le strade della capitale (con "puntate" anche in Uzbekistan ed Emirati Arabi. «Ho iniziato a scrivere nel gennaio 2011. Mi tornavano alla mente quando leggevo i libri, riprendevo le mail e riguardavo le foto ed anche quando a Torino vivevo in una casa dove non funzionava la doccia, pensavo all'assenza di acqua e luce a Kabul». La ricerca di un editore e l'aneddoto sulla scelta del titolo: «È un proverbio afgano. Doveva essere "Kabul non è Roma"», ammette, sfogo nostalgico di una ragioniera romana dell'ambasciata che non vedeva l'ora di tornare a casa, ma poi Stampa Alternativa ha deciso di cambiarlo. E perché il tè? «È l'attenzione data all'interlocutore, un momento di riflessione e comprensione», ma anche una bevanda che in Afganistan viene offerta come segno di ospitalità, bevuta fino a sei volte al giorno, utile comunque per riuscire ad intrattenere rapporti con gli autoctoni, evitando di essere visti come occidentali invasori, una cosa che a Chiara è riuscita. (Lorenzo Corradi)
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