Gioco
In fila sotto il sole per mangiare 3 giorni
In 250 a ritirare il pacco alimentare, la maggior parte livornesi
LIVORNO. Al rintocco delle due e mezzo il termometro sul piazzale del Santuario segna 31 gradi, ma la fame è più dura dell’afa, la crisi è più forte del caldo, il bisogno più impellente delle regole di qualunque medico che a quell’ora vieterebbe a un anziano di uscire, a un genitore di portare in giro i figli piccoli, a chiunque di farsi tutto quel tempo d’attesa sotto un sole africano.
A Montenero è il giorno della distribuzione dei pacchi alimentari, moltiplicazione moderna dei pani e dei pesci, un miracolo che ogni mese si rinnova e che somiglia tanto all’altro miracolo che si ripete sette pranzi su sette a Coteto e ad Antignano regalando pasti a decine di bisognosi, o a quello del furgone della carità che ogni sera dà da mangiare a chi non ne avrebbe.
La maggiorparte arriva in cima al colle in funicolare. Autobus fino a Montenero Basso, poi il trenino rosso che tanto piace ai bambini. Un sacco in mano, quelli ecologici della Coop e della Pam, tante mamme con i passeggini, famiglie di islamici, uomini peruviani. Le signore anziane trasportano il loro carrellino vuoto che tornerà a casa pieno, con la spesa che basterà per tre, forse per quattro giorni. «E’ una goccia nel mare, lo sappiamo, ma è un aiuto», sospira frate Tommaso, che assiste il parroco don Luca e il suo vice don Sinto in questa giornata campale che da 2 anni è diventata una consuetudine.
C’è gente d’ogni tipo. La faccia della città che non riempie i ristoranti, che non andrà in vacanza, che lo spread col resto del mondo lo vede quando va al supermercato e confronta il suo carrello con quello del vicino di cassa. Un tempo qui arrivavano soprattutto stranieri. Ora la maggioranza sono italiani. Livornesi. I vecchi poveri e i nuovi poveri. Quelli che risparmiare quaranta euro di spesa al mese significa tanto. Tre padri di famiglia arrivano insieme a bordo di una Golf che di strada deve averne vista parecchia. Vengono da Shangai. Aspettano il loro turno. Nessuno dei tre supera i 50 anni. Quando don Sinto col suo accento straniero chiama il loro numero al microfono, si avvicinano, mostrano il tesserino, prendono il sacco, ringraziano e se ne vanno. Scendono la scalinata del piazzale, caricano il bagagliaio e tornano a casa. «Io sono in cassa integrazione, loro due disoccupati», racconta uno dei tre. «Non avrei mai pensato di finire a chiedere aiuto per fare la spesa, ma da un giorno all’altro il mondo cambia e su di noi è calata una mannaia».
97, 98, 99. Alle 15.30, un’ora dopo l’inizio delle operazioni, Don Sinto continua a chiamare. Un mese fa è arrivato al numero 264. Il record da quando due anni e mezzo fa a don Luca e al gruppo della Caritas parrocchiale venne l’idea di trasformare la ventennale abitudine di raccogliere alimenti per aiutare chi ne aveva bisogno, nella giornata speciale dei pacchi alimentari. Mese dopo mese la voce si è sparsa e a Montenero hanno iniziato ad arrivare da tutta la città. Come sempre succede, c’è stato anche chi ha creato problemi. Chi voleva saltare la fila, chi si lamentava dopo aver confrontato il proprio pacco con quello del compagno. «Ma sono tutti uguali, aggiungiamo qualcosa solo alle famiglie numerose, mettendo omogeneizzati o pastine a chi ha i bambini», racconta Carla Cecconi, presidente del gruppo Caritas. I volontari si sono divisi i compiti, le donne a consegnare gli alimenti, gli uomini a fare servizio di vigilanza. C’è stato anche chi ha provato a fare il furbo. Famiglie di quattro persone che si presentavano uno per volta andando via con quattro pacchi. «Date a chi vi chiede, dice il Vangelo, ma se alla fine dare due volte significa togliere a qualcuno non va bene e allora abbiamo dovuto darci delle regole», continua frate Tommaso.
Il servizio è stato strutturato in accordo con la Caritas diocesana, è stato deciso di chiedere il requisito di un tetto massimo di Isee e rilasciare un tesserino da esibire al momento della consegna dei pacchi. Una regola che ha escluso tutti gli irregolari. Ma anche loro, forse più degli altri, hanno fame. «La regola dell’accoglienza benedettina vale per tutti e se vengono a bussare diamo, ma gestendoli a parte, in occasioni non ufficiali».
In cento se ne sono già andati via col loro pacco riempito di latte e formaggio, olio e pasta, biscotti e scatolette di tonno. Qualcuno prima di lasciare il colle, decide di varcare la soglia del santuario, la busta della spesa nella mano sinistra, con la destra un grazie alla Madonna sotto forma di segno della croce. Da qualche mese le signore della Caritas hanno lanciato la consuetudine di dire una preghiera prima di iniziare il rito della consegna dei pacchi. Un’Ave Maria, un invocazione a San Vincenzo de’ Paoli e una alla Vergine di Montenero. Sono pochi quelli che si uniscono alla preghiera. Gli altri tacciono, aspettando che don Sinto inizi a chiamare i numeri. «Non pretendiamo di coinvolgere chi viene qui, certe cose germinano dove devono, lo spirito soffia dove vuole - sottolinea sereno frate Tommaso -. Tutti sanno da dove vengono questi doni». La divina provvidenza porta tanti nomi: a partire dai parrocchiani di Montenero che giorno dopo giorno portano un po’ della loro spesa in chiesa, lasciandola sotto l’altare di San Gaetano, santo della provvidenza, e da quelli che lasciano un’offerta destinata all’acquisto di alimentari. Il grosso arriva da Firenze, dal banco alimentare. Ci sono prodotti in scadenza di grandi aziende nazionali, ci sono quelli a marchio Ue, provenienti dalle eccedenze delle quote e destinati da Bruxelles ai poveri. E poi ci sono i grandi benefattori anonimi. «Quelli ci chiedono che cosa manca e la comprano». Il giorno prima della consegna, il gruppo Caritas si riunisce e pacco dopo pacco prepara 200, 250 sacchetti. «E’ un impegno notevole ma gratificante - racconta Carla Cecconi -. Regalare un sorriso a mamme coi passeggini, anziani, e famiglie di immigrati ci fa non veder l’ora di arrivare al mese successivo».
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