Gioco
"Ci ho sempre creduto, anche quand'ero in C"
Alessandro Diamanti si racconta: la carriera, le speranze, il successo. È del pratese ex amaranto il rigore decisivo che ha regalato all'Italia la semifinale dei Campionati europei
Sul polpaccio ha tatuato uno smile gigante. Un sorriso. È il marchio di fabbrica di Alessandro Diamanti: furore allo stato puro in campo, gioia per la vita fuori. Perché Alino beve tutto fino all’ultimo sorso, perché si vive una volta sola, perché se non cogli l’attimo sei un perdente. E lui non vuole perdere mai: che sia un torello nel riscaldamento, una partita a scala 40 o un rigore che vale la semifinale europea davanti a 21milioni e 816mila spettatori italiani incollati alla tv. «Ma io non sono sorpreso, c’ho sempre creduto anche quando giocavo in C o in Interregionale...». Eccolo qua. Alessandro Diamanti in una frase.
Troppo fresca la gioia di domenica. Meglio gustarla subito, il rewind sulla storia di Alino lo possiamo premere dopo. «Io lo so che anche nel calcio c’è una giustizia. Chi aveva attaccato per 120 minuti? L’Italia sul campo è stata più forte, loro si sono difesi e basta. È chiaro che in certi momenti ti passano per la testa anche cattivi pensieri: noi sempre all’attacco a quella palla che non entrava, prima il palo di De Rossi, poi il mio. Sembrava una porta stregata».
I flash del rigore sono ancora davanti ai suoi occhi. «Hart si muoveva tanto ma non l’ho nemmeno guardato. Mi sono detto: tira e buttala dentro. E l’ho buttata». Poi l’abbraccio a Buffon: «Mi aveva consigliato di aprire il piede quando calciavo, ho fatto come ha detto lui».
Che Diamanti fosse rigorista, si sapeva. Ma che si prendesse la responsabilità dell’ultimo tiro... «perché, che problema c’è? Se hai paura, non giocare a calcio...». Attimo di silenzio e Alino si illumina: «E poi per me queste situazioni sono scosse di adrenalina incredibili. Io godo nel provare queste sensazioni. È stata la notte più bella mia carriera, e ora penso già alla Germania. Io non ho mai la pancia piena».
È vero. Si nutre di emozioni e di obiettivi, non è abituato a voltarsi indietro, anzi, si arrabbia quando gli fanno notare che il suo talento sta esplodendo solo alla soglia dei trent’anni. Una volta un giornalista gli chiese come mai era maturato così tardi. Lui lo guardò, col tono di sfida: «C’è chi matura prima, chi dopo e chi non matura mai...», lanciandogli un’occhiata come a dire “il terzo caso sei tu”.
A ricordargli il passato ci sono solo i tatuaggi. Ne ha 21 seminati lungo il corpo, dedicati alla famiglia, ai numeri più importanti della sua vita, ma anche alla pazzia del momento. Tant’è che ieri pensava già se tatuarsi pure qualcosa che ricordasse il rigore di domenica sera. Ma ha desistito, perché in cuor suo sogna una data ancora più importante.
D’altronde in campo non ama i limiti. Fosse per lui, da calcio d’angolo bisognerebbe sempre tirare in porta, poi non lo fa, ma solo per non far arrabbiare i compagni. Gode più per un assist che per un gol, è l’unico trequartista al mondo che sa picchiare più di un difensore, non lo sfidare perché ti massacra. E questo anche fuori dal campo.
Per farvi capire chi è Alessandro Diamanti. È l’estate del 2009, lui ha appena trascinato il Livorno per mano in serie A con 16 gol (3 ai playoff) e caterve di assist. Un campionato strepitoso, è il nuovo idolo dei livornesi. Guadagna 200mila euro, Tavano ne prende 800mila. C’è qualcosa che non va. Allora sale sull’auto e va a Genova dal presidente Aldo Spinelli. «Pres, ma dopo questa stagione me lo merito qualcosa in più o no?». Spinelli, il cui amore per il calcio è inversamente proporzionale alla voglia di pagare troppo i giocatori, gli dà una pacca sulla spalla. «Sì sì, sei stato proprio bravo. Ma guadagni già abbastanza e poi guarda, belin, ci sono tante spese...».
Diamanti ci resta male. E siccome non è abituato a usare giri di parole, va subito al sodo. «Ma come? C’è gente come Tavano che guadagna 800mila euro e io...». Spinelli lo interrompe subito: «Tavano ha giocato nella Roma e nel Valencia. Lui è sull’almanacco, tu no. Ritorna quando ci sarai anche te». Diamanti, furioso ma senza alzare la voce, si alza. «Ci vado sull’almanacco, ci vado eccome». Un mese dopo vola in Inghilterra, indossando la maglia del West Ham. E non si ferma più. Ora, dall’almanacco, è entrato nella storia.
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