Il Tirreno

Livorno

«Silvia ha dormito fuori» La chiave del giallo nell’ultima notte misteriosa

di Federico Lazzotti

Decisivi i movimenti della donna prima della chiamata choc: vogliono uccidermi Forse era ospite in una casa della zona, poi la fuga scalza in via Giordano Bruno

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LIVORNO. La chiave per risolvere il giallo della Guglia è nell’ultima notte che Silvia Mannini, 40 anni e madre di due bambini, ha passato – ancora in vita – fuori dalla casa dove abitava con la famiglia, in via Provinciale Pisana. «L’ultima volta che l’ho sentita – ha detto la madre agli investigatori – è stato domenica. I rapporti ultimamente si erano raffreddati – ha confermato anche il padre – e Silvia la notte prima della tragedia non era tornata a casa».

Sarebbero quasi 24 le ore di buco che gli investigatori della squadra mobile coordinati dal pubblico ministero Massimo Mannucci, stanno cercando di ricostruire e riempire con i fatti. È nelle pieghe del tempo, nelle persone che ha incontrato nel suo vagare e nei risultati dell’autopsia che si svolgerà domani, che gli inquirenti cercano e cercheranno i motivi di quella sua ultima fuga, al momento ancora incomprensibile, verso il gruppo di palazzi di via Giordano Bruno che si affacciano su Barriera Garibaldi: a piedi nudi, ma con una giacca a vento indosso simili a quelle usate dai motociclisti.

Due le certezze temporali dalle quali partono le indagini: la drammatica telefonata al padre, poco prima delle 13, nella quale ha urlato: «Babbo aiuto, mi vogliono ammazzare». Poi il disperato scampanellare ai condomini del numero 19 ai quali ha detto: «Aprite per favore. Che paura, che paura, mi rincorre», senza che nessuno, affacciandosi, vedesse arrivare qualcosa che somigliasse a un pericolo. Infine quel corpo senza vita sdraiato sul pianerottolo al quarto piano dello stabile con accanto una borsa logora. Di una cosa – a distanza di 24 ore dal ritrovamento del cadavere – gli inquirenti sono sempre più convinti: non si è trattato di omicidio.

Silvia – come è emerso dagli accertamenti – aveva problemi di droga, era in cura al Sert e «stava attraversando un brutto momento», ha confermato chi la conosceva. Ma nonostante questo chi indaga è altrettanto sicuro che la morte della quarantenne possa essere stata in qualche modo aiutata o innescata. Quasi sicuramente, infatti, prima di andare a morire in quel palazzo la donna era all’interno di una casa, forse vicino al luogo del decesso. «Impossibile che sia uscita senza scarpe», dicono gli inquirenti. Ecco perché è possibile – ma qui siamo nel campo delle ipotesi, anche se logiche – che Silvia potesse essere stata ospite di un amico o forse di una persona che aveva conosciuto nei giorni precedenti.

Gli esami tossicologici diranno se la quarantenne era sotto l’effetto di droga quando ha avuto il malore fatale. Gli elementi che vanno in questa direzione sono le tre siringhe, di cui una usata, trovate nella borsa accanto al corpo e la boccetta con dentro del liquido che ha lasciato sulla prima rampa di scale prima di salire le altre otto. È possibile che prima sia successo qualcosa che l’abbia turbata: una lite, una parola di troppo o forse solo la paura. Poi il suo cuore debole potrebbe aver fatto il resto.

Ecco perché la polizia sta scandagliando il giro dello spaccio nel quartiere di Fiorentina. Forse qualcuno sa e ha visto. Una mano agli inquirenti potrebbe darla il cellulare della donna. Anche attraverso i numeri che ha chiamato e dai quali è stata contattata si può riempire quel buco che fa della morte di Silvia Mannini un mistero ancora scalzo lungo più di una notte.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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