Il Tirreno

Livorno

Chiuso il bar di famiglia, la disperazione del fratello

Chiuso il bar di famiglia, la disperazione del fratello

Un silenzio tragico invade la casa dove la donna viveva con i genitori. Increduli i vicini: «Una famiglia perbene, tranquilla e molto riservata»

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LIVORNO. Sulla porta del bar gestito dal fratello Alessandro c’è un foglio bianco attaccato in fretta e furia con lo scotch: chiuso per problemi di famiglia.

Poco più di un’ora dopo la morte di Silvia Mannini al bar Ascot su via Firenze (angolo via Enriques) sembra una giornata come tante altre. Gli automobilisti, anche i clienti abituali, quando vedono l’avviso sistemato sulla porta del locale se ne vanno. Non possono sapere la tragedia che portano con sé quelle poche parole. Anche i dipendenti della rivendita di carburante Esso, proprio a fianco del bar, non sanno ancora della morte di Silvia. L’intero complesso, il distributore e l’adiacente bar, è gestito da molti anni dalla famiglia Mannini. Uno dei titolari della rivendita di carburante è tutt’ora Roberto, il padre di Silvia e di suo fratello maggiore Alessandro, che ancora oggi risulta essere il gestore del bar a fianco.

Anche Silvia ha lavorato nell’attività di famiglia lungo via Firenze: quand’era poco più che una ragazza si è occupata per un breve periodo di sbrigare le commissioni di segreteria della rivendita di benzina. Negli anni successivi la donna si è sposata e ha avuto un bambino, che adesso ha poco più di dieci anni, e ha svolto altre occupazioni saltuarie.

Buona parte della vita di Silvia Mannini, soprattutto negli ultimi anni, ruotava intorno alla casa dei suoi genitori, una villetta monofamiliare in via Provinciale Pisana. È in questa casa a un piano, con la facciata rivestita di piastrelle color mattone e ampie finestre bianche, che Silvia è cresciuta. È qui, dove tutt’ora abitano gli anziani genitori, che anche lei si è trasferita con il primo figlio, e con il nuovo nato. Silvia infatti da poco più di un anno aveva partorito il suo secondo bambino.

Ed è proprio qui, in questa casa tranquilla e riparata dal sole dalla chioma verde brillante della grande magnolia piantata nel giardino, che poco più di un’ora dopo la morte di Silvia troviamo il fratello Alessandro. Apre la porta una signora, forse un’amica di famiglia, e ci lascia entrare in un disimpegno su cui si aprono varie stanze. È una casa come tante altre, una villetta borghese e ordinata, dove si respira l’atmosfera di «gente perbene», come tutti i vicini di casa dei Mannini definiscono la famiglia di Silvia. Qui in via Provinciale Pisana c’è chi con la donna morta ieri al quarto piano di un palazzo di via Giordano Bruno, in circostanze ancora tutte da chiarire, si ricorda di aver passato tanti pomeriggi durante l’infanzia e chi invece spiega di conoscere da sempre Simonetta e Roberto, i genitori di Silvia, «una famiglia serena, abitavano qui da quando si erano fidanzati. Persone tranquille, e davvero molto riservate».

Una tranquillità che è stata squarciata dalla tragedia. Si capisce nella penombra estiva di questo disimpegno, da cui intrevediamo la cucina. In un angolo c’è Alessandro, seduto su una sedia, quasi al buio. In braccio tiene un ragazzino, forse il primogenito di Silvia. Alessandro è calmo, come impietrito dal dolore, preferisce non parlare. Non vuole raccontare della sorella. Non vuole pensare a questo dramma.

Usciamo, davanti l’asfalto nero e l’afa del primo pomeriggio e in mente il fermo immagine della tragedia di una famiglia.

Anna Cecchini

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