Gioco
Sotto il costume, l’arte (e la passione)
«Quando finisco un lavoro sto male: sparisce dal laboratorio tutto quel mondo che mi girava intorno»
LIVORNO. Gabriella Panza ci riceve nel suo laboratorio in uno dei suoi pomeriggi frenetici. È alle prese con un pezzo di stoffa che, come per magia, in pochi minuti prende le sembianze di un cappello da mandarino «andrà a far parte di una serie di costumi su viaggi di Marco Polo». E aggiunge: «Non ho mai avuto gran simpatia per l'Oriente, forse perché mamma, a causa del mio sguardo un po' orientaleggiante, da piccola mi vestiva spesso da cinesina. Ma il lavoro è lavoro e bisogna farlo bene!». Una mega famiglia alle spalle («mia madre ha avuto cinque femmine e un maschio»), la Panza, felicemente sposata con Gino Panciatici, ex ispettore alle vendite del Tirreno ora in pensione, ha due figli, è nonna tre volte ed è zia di una miriade di nipoti «che adoro e che mi adorano, specialmente quando devono vestirsi per qualche cerimonia, perché dicono che sono la loro “lookkista”.
Livornese di origine campana da parte di padre – i capelli a caschetto che la fanno sembrare molto più giovane dei suoi 58 anni, la risata sempre pronta, così come l'immancabile sigaretta, il fisico minuto ma un carattere di scoglio – per lavoro e soprattutto per passione Gabriella fa la costumista, attività che ha iniziato da giovanissima, seguendo la confezione delle maschere nel laboratorio “Capricci di Carnevale” gestito dalla suocera, e allargando con il tempo i suoi orizzonti, fino a dedicarsi sempre di più alla realizzazione di abiti per eventi e spettacoli, soprattutto teatro.
Oggi “Capricci” si è spostato nel cuore di Livorno, in via Magenta, dove prima c'era la sartoria da uomo di suo padre e lì, fra un via vai di parenti, amici, artisti, l'istrionica costumista dà sfogo alla sua fantasia.
L'attività di Gabriella – coadiuvata ogni tanto dalla cognata Laila e dalla mamma Giuliana – pur non avendo abbandonato del tutto il mondo carnevalesco, si è concentrata soprattutto sui costumi teatrali e sui grandi eventi non solo livornesi, grazie anche a internet e al passaparola, che hanno fatto conoscere Capricci di Carnevale di Panciatici & C (www.capriccidicarnevale.com) fuori dal territorio.
Quanti anni aveva quando ha incominciato a entrare nel mondo delle maschere?
«Diciotto. Mi ci sono avvicinata grazie a Gino che ho conosciuto nello struscio di Via Ricasoli. Mi ha corteggiata per scommessa: i suoi amici gli avevano detto “quella non ti caa nemmeno”. Siamo insieme da più di 40 anni, si litiga quasi tutti i giorni, ma oggi lui è il mio complice più fidato".
Prima non aveva mai pensato di fare questo lavoro?
«Mai! Ero una babbea, mi lasciavo vivere, avevo in mente di sposarmi, di avere dei figli. Sono sempre stata attratta dal cinema, dalla danza, dal mondo dello spettacolo, ma pensavo che nel mio futuro ci sarebbero stati solo casa e famiglia».
Invece?
«Invece frequentando il laboratorio della mamma di Gino mi è scoppiata la curiosità : ho messo il cervello nella lavatrice, l'ho fatto “girare”, ho capito che quel genere m’apparteneva, anche se il vero estro è arrivato più tardi».
Ma a tagliare, cucire, inventare, gliel'ha insegnato sua suocera?
«No. Ho fatto da sola, guardavo ed entrava tutto dentro la mia pancia: osservavo i costumi, l'architettura, andavo per negozi, visitavo i musei. Ciò che vedevo lo portavo dentro di me, per trasformarlo poi in creazioni».
Come ha gestito il suo lavoro con due figli?
«Bene, perché quando i ragazzi erano piccoli facevamo solo le maschere e lavoravamo per qualche mese all'anno. Adesso invece, che loro sono cresciuti, cerco di conciliare il mestiere di costumista con quello di nonna».
In che modo?
«Mi organizzo talmente bene che alla sera alle nove sono a letto. Scherzi a parte, oltre all'aiuto di mio marito, mi sono posta delle priorità».
Quali?
«Il lavoro, i miei nipoti, la mia famiglia. Il resto non conta,mentre prima ero una che puliva sempre e giravo per casa con le pattine».
Va al mare anche lei con la panierina come i suoi concittadini?
«La panierina non la porto, ma al mare ci vado eccome: ai Pancaldi mi conoscono a memoria! Adoro il mare, come adoro essere contornata dalla mia gente, ridere, parlare, “spillaccherare”, facendo anche delle belle litigate, perché ognuno di noi ha un'idea politica diversa…».
Ha ancora amici d'infanzia?
«Nell'amicizia non sono stata molto fortunata, ma probabilmente la colpa è anche mia che tante amiche le ho perse per strada, forse perché sono sempre stata con le sorelle e con tre carissime cugine…».
Non ha mai sofferto di solitudine.
«No, anzi, a volte dico che vorrei fare un viaggio da sola, così, tanto per mettermi alla prova. Mi piacerebbe, per esempio, andare volontaria ad aiutare i bambini del Ruanda come ha fatto una mia nipote. Chissà che un giorno non lo faccia, sono imprevedibile…».
Torniamo a Gabriella Panza costumista. La sua creatività parte prima dal disegno o dal tessuto?
«Dal tessuto, progetto e realizzo direttamente. Leggo molto, guardo quello che fanno gli altri – ho una biblioteca fornitissima – anche se non ho mai copiato un modello».
Cosa la ispira?
«La stoffa che ho fra le mani. E poi lo stato d'animo, la storia che devo rappresentare, ciò che vedo intorno a me».
Da bambina era appassionata di storia?
«Ero una ciua! Da vecchia mi sono ritrovata assetata di cultura, non so neanch’ io perché».
Quando ha capito di essere tagliata per questo lavoro?
«Tre anni fa con la Cenerentola di Lindsay Kemp, una persona meravigliosa: mi ha tolto di dosso l'etichetta di “mascheraia”che mi stava un po’ stretta. Ma anche quando ho “vestito” “Odore di chiuso”, il giallo scritto da Marco Malvaldi e presentato al Vertigo con grande soddisfazione».
Quali stoffe ama lavorare?
«I broccati e il taffetà: mi piace sentirne il rumore e adoro il Settecento barroccoso».
L'adrenalina le sale quando incomincia a creare un abito o quando sta per finire?
«Quando comincio, ma dura tutto il tempo e a lavoro terminato vivo un momento doloroso, perché abbandono i costumi, poi perché ho paura che non vadano bene, ma soprattutto perché spariscono dal mio laboratorio tutte le persone che mi hanno girato intorno durante le prove, tenendomi compagnia. E per qualche giorno sto male».
Ansia da separazione?
«Sì, ma anche dell'avvenire, perché non so cosa accadrà domani. Come adesso che aspetto che mi dicano cosa devo fare per Effetto Venezia».
Gabriella Pescucci, grande costumista del cinema, in un' intervista ha raccontato che lei è partita giovanissima dalla Toscana per Roma con una valigia piena di idee. A lei questa voglia di partire per affermarsi di più non è mai venuta?
«No. Sto bene con la mia famigliona, sto bene a Livorno, mi piacciono gli artisti livornesi, mi piace la livornesità».
Di cui, se potesse, non cambierebbe niente?
«Ha voglia se cambierei!».
Cosa o chi per esempio?
«Gli ignoranti. Quelli che dicono che a Livorno non c'è mai nulla e che se si documentassero di più scoprirebbero che non è vero. Quelli che affermano che Effetto Venezia è fatta solo di bancarelle. Quelli che non vanno a vedere lavori bellissimi come “Odore di chiuso” al Vertigo, dove c'è un teatro sempre pieno ma con un pubblico di nicchia e poi, quando viene il grande personaggio al Goldoni, presenziano sempre, ma più che altro per sfoggiare».
Un'ultima domanda per congedarci. Se dovesse paragonare Livorno a un costume quale sceglierebbe?
«Un costume da corsaro, perché noi livornesi siamo un po' corsari. Ma la raffigurerei anche nell'immagine di Modigliani con i capelli al vento, che ho visto sulla copertina di un libro: una delle mie sorelle che scrive poesie, dice che Modigliani aveva il vento di libeccio nei capelli…».
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