Il Tirreno

Livorno

Cause di lavoro I dipendenti devono pagare le spese

di Martina Corirossi
Cause di lavoro I dipendenti devono pagare le spese

La cartella esattoriale arriverà anche a chi si è rivolto al giudice nell’ultimo anno. La Cgil: «Colpite i deboli»

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LIVORNO. Chi viene licenziato senza una giusta causa e sceglie di intraprendere un'azione legale non avrà più diritto all'esenzione dalle spese di cancelleria se il reddito del nucleo familiare supera i 32mila euro.

Lo ha fatto sapere il ministro della Giustizia. Il provvedimento avrà anche effetti retroattivi che, tradotto, significa che coloro che negli ultimi 12 mesi hanno intentato causa in materia di lavoro e in ambito previdenziale rischiano di vedersi recapitare un avviso di accertamento da oltre 200 euro. «Un'altra mossa del governo volta a far cassa, una vicenda che colpisce ancora le fasce più deboli». È questa la denuncia della Cgil, resa nota tramite le parole di Antonella Di Giambattista, responsabile dell'ufficio vertenze. Finora la manovra era passata in sordina ma Cgil ha deciso di dare battaglia, rivolgendosi al Tar e alle commissioni tributarie. Sono oltre 500 i livornesi che da un anno a questa parte hanno presentato ricorso per motivi di lavoro. Per capire meglio la vicenda bisogna tornare ai primi giorni del luglio 2011, ai tempi del governo Berlusconi. Il decreto legge numero 98 aveva introdotto le spese di giudizio con contributo unificato per tutti i gradi nelle cause di lavoro e previdenziali.

Una normativa che, come spiega l'avvocato Bruno Neri, era tutto sommato indolore: «Il decreto 98/11 – dice – sostituiva un sistema di marche da bollo piuttosto macchinoso con un unico pagamento».

Il lavoratore era dispensato dal corrispondere il contributo, qualora il reddito personale non superasse i 32mila euro lordi. Un parametro che gli assistiti degli avvocati affiliati alla Cgil centravano in pieno, ottenendo così l'esenzione. Tuttavia, il testo del decreto legge presentava numerose ambiguità ed era soggetto a molteplici interpretazioni. Alcuni tribunali sparsi per lo Stivale avevano iniziato ad applicare la normativa valutando ai fini dell'esenzione, non solo il reddito del soggetto in causa ma quello dell'intero nucleo familiare convivente.

È così che il ministero della Giustizia per fare un po' di ordine ha diffuso una circolare: si calcola l'intero reddito del nucleo familiare convivente. Basta un impiego a tempo pieno e un altro familiare che lavora part-time per superare la fatidica soglia dei 32mila euro.

Anche la pensione del nonno ospitato sotto lo stesso tetto viene presa in considerazione ai fini della valutazione reddituale. «C'è un disegno politico ben preciso dietro tutto questo – sbotta Di Giambattista – si finisce per dissuadere il lavoratore a intentare causa, è un attacco al diritto di far valere le proprie ragioni». Come sottolineano gli avvocati Francesca Bencini e Franco Balestrieri, «chi ha perso il lavoro si trova in una situazione economica di grande incertezza e non può permettersi di pagare centinaia di euro solo per depositare il ricorso». I vertici della Cgil sollevano addirittura perplessità riguardo alla legittimità costituzionale del provvedimento.

Ma il vero problema è che il governo vuole gli arretrati dal 2011 a oggi. Coloro che negli ultimi mesi hanno presentato una causa di lavoro o previdenziale ma sono stati esentati perché il loro reddito non superava i 32mila euro rischiano di ricevere una cartella esattoriale fino a 450 euro per i giudizi con valore indeterminato.

«Solo nel mondo della scuola – conclude Di Giambattista – quest'anno abbiamo superato le 250 vertenze».

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