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Legale condannata «Tutte fantasie, faremo appello»
LIVORNO. È una storia di veleni, presunti ricatti e vendette trasversali quella che ha portato alla condanna in primo grado dell’avvocato Claudia Piva, 36 anni, accusata di appropriazione indebita...
LIVORNO. È una storia di veleni, presunti ricatti e vendette trasversali quella che ha portato alla condanna in primo grado dell’avvocato Claudia Piva, 36 anni, accusata di appropriazione indebita perché avrebbe trattenuto in studio la carta d’identità e la patente di un cliente. «Una condanna ingiusta – replica il legale – alla quale farò subito appello. Si tratta di fantasie e non della realtà delle cose. Da questa brutta esperienza – va avanti – ho imparato una cosa: noi avvocati dobbiamo aver paura dei nostri clienti».
Per capire l’inchiesta e soprattutto la sentenza emessa venerdì dal giudice Gabriella Marinelli (un messe e dieci giorni di reclusione e duemila euro alla parte civile ndr) è necessario tornare al 24 marzo 2010 quando l’avvocato Piva aveva come cliente Nicola Tanchis, allora indagato per droga.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, coordinati dal pubblico ministero Gianfranco Petralia, il legale avrebbe falsificato la data di notifica apposta dall’ufficiale giudiziario sulla copia rilasciata all’indagato nel decreto di giudizio immediato. L’obiettivo dell’avvocato – secondo gli inquirenti – sarebbe stato quello, visto il termine già scaduto, di presentare in tempo la richiesta di patteggiamento. Da questa presunta falsificazione è nata un’indagine che vede indagati sia il legale (la sentenza è prevista per il 10 luglio) che il suo cliente.
È dopo questo avvenimento che il Tanchis avrebbe chiesto all’avvocato di avere indietro sia la carta d’identità che la patente, entrambi i documenti, tra l’altro, scaduti. Secondo la Procura l’avvocato «nonostante le reiterate richieste da parte del cliente avrebbe detto falsamente a quest’ultimo di non poter procedere alla restituzione dei documenti perché sequestrati dalla Procura in occasione di un procedimento penale a carico di entrambi (quello per falso ndr)». Una messa in scena che – secondo la Procura – sarebbe stata architettata ad arte. Inoltre, prima di arrivare all’iscrizione nel registro degli indagati dell’avvocatessa, ci sarebbe stata una lunga trattativa tra il cliente e il legale della Piva. «Avrei consegnato i documenti che mi erano stati richiesti all’ordine degli avvocati ma l’appuntamento è stato fissato dopo la presentazione della querela», replica la trentaseienne .
Quello di cui si sono stupiti anche i colleghi è il capo d’imputazione: appropriazione indebita che nella sua natura implica l’obiettivo di «procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto». In questo caso – specificano dalla Procura citando alcune sentenze della Corte di Cassazione – il profitto può essere immateriale.
«Mi sento vittima di un errore giudiziario – prosegue Claudia Piva – spero che i giudici di Firenze ai quali mi rivolgerò per fare appello capiscano in che razza di situazione kafkiana sono finita».
Intanto però anche l’ordine degli avvocati si sta muovendo e ha aperto un procedimento disciplinare nei confronti della collega.
«Sapevamo delle indagini – spiega il presidente dell’ordine degli avvocati livornesi Vito Vannucci – ma aspettavamo la fine del procedimento penale per convocare la commissione e prendere una decisione. Nel nostro caso – va avanti – un reato non corrisponde ad una punizione. In questo caso la commissione valuterà quello che è avvenuto e deciderà se applicare alla collega la sanzione, una censura, la sospensione fino ad un anno, la cancellazione fino alla radiazione».
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