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L’arte in biblioteca nel segno dei libri Hidalgo Perez da Cuba a Livorno
LIVORNO. Sono i libri, con tutto il loro bagaglio emotivo e concettuale, i grandi protagonisti della mostra "Cognizioni utili", di Yonel Hidalgo Perez, artista cubano trapiantato a Livorno. Ma non si...
LIVORNO. Sono i libri, con tutto il loro bagaglio emotivo e concettuale, i grandi protagonisti della mostra "Cognizioni utili", di Yonel Hidalgo Perez, artista cubano trapiantato a Livorno. Ma non si tratta solo di un fatto d'ambiente (l'esposizione si svolge alla biblioteca di Villa Fabbricotti): Hidalgo nelle sue opere composte da disegni, installazioni e video installazioni utilizza in svariati modi i libri, come mezzo di trasmissione del sapere. A volte se ne serve per trarre spunti concettuali, spesso vi interviene con inserti eleganti e incisivi, in qualche caso decora raffinatamente il lato in spessore delle pagine creando vere e proprie costruzioni, in altri si diverte a ricreare volumi antichi come il vocabolario dell'800 di proprietà della Biblioteca Labronica dedicato ai "falsi amici", ovvero a quei termini che in italiano e spagnolo si scrivono nella stessa maniera pur avendo significato diverso.
Come sei arrivato a Livorno?
«Sono in Italia dal 2003, a parte una breve parentesi a Firenze, sono sempre stato a Livorno. Mia moglie Alessandra Dini è livornese: si sa che i livornesi lasciano difficilmente la loro città. Così, eccomi qua».
Com'è nata l'idea di una mostra in biblioteca e come ti sei rapportato con questo ambiente?
«In realtà a livello artistico mi confrontavo già da tempo con i libri e quest'idea è stata una conseguenza del mio percorso. La grande maggioranza dei lavori nasce dall'esigenza, essendo cubano, di consultare spesso i vocabolari illustrati, per cercare il significato delle parole. Solo il librone sui “falsi amici” è nato a Villa Fabbricotti».
Spesso nei tuoi lavori “ci metti la faccia” nel senso che, in più di un caso, compare l’autoritratto. Perché?
«Il fatto d'inserire autoritratti nasce molto tempo fa, quando stavo ancora a Cuba. Era un modo per parlare in prima persona con lo spettatore: facevo disegni in cui il volto si fondeva con gli oggetti. Era un lavoro molto legato alla mia terra. Oggi, invece, utilizzo questa sorta di autoritratto come un simbolo distintivo, trasformando l'uomo in un vero e proprio oggetto. Anche se, in realtà, in questa particolare mostra il ritratto compare sublimato».
Il filo rosso che lega il tuo lavoro, dagli esordi a oggi?
«È il mio interesse fisico per i materiali. Mi piace sperimentare: la stessa opera, se realizzata in legno o in vetro, cambia enormemente, esteticamente ma anche a livello di significato».
Alice Barontini
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