Gioco
Irene, una vita di corsa: in sella alla moto ho sconfitto la malattia
Il suo amico Valentino Rossi le ha detto: «Con la tua grinta potrei vincere 7-8 mondiali in 500 e 3-4 in Formula Uno»
LIVORNO. Forza e passione. Sono le parole che meglio descrivono l'indole di Irene Paumgardhen, autrice del libro “High-Side - In corsa per la vita”, edito da Felici. High-side è un termine tecnico che, nel mondo del motociclismo, indica il disarcionamento del pilota dalla moto. E Irene di "cadute" ne ha avute diverse, ma ha saputo sempre rialzarsi.
È nata a Viareggio, ha 32 anni, occhi chiari e carattere da vendere.
La sua esistenza è stata stravolta a soli sei anni, quando le fu diagnosticato un tumore alle ghiandole linfatiche. Da allora ha conosciuto ospedali, cure, medici, farmaci. E il dolore. Perché, nonostante il tumore sia stato infine sconfitto, le terapie danneggiarono il cuore e i polmoni.
Ma erano gli anni '80, le cure erano ancora sperimentali e la medicina doveva fare ancora grandi passi in avanti. Nel '94, dopo 22 ore di intervento chirurgico in sala operatoria, Irene ebbe un trapianto di cuore e reni.
Le attese, quelle lunghe e snervanti, non hanno però abbattuto né lei né la sua famiglia, che le ha invece infuso il coraggio per non arrendersi.
Proprio i genitori, per sottrarla dagli sguardi impietositi della gente e sdrammatizzare un po' i suoi giorni, le regalarono una piccola moto elettrica che cominciò a prendere il posto della sedia a rotelle a cui era costretta a causa della malattia.
Da quel momento le due ruote per lei non rappresentavano più qualcosa di triste, ma sono diventate la sua passione. E così un giorno, dopo aver subito l'ennesimo intervento, Irene trovò a casa un bel regalo, una moto da cross con cui poter correre e sentirsi libera. E così ciò che all'inizio le sembrava solo un gioco, è diventata per Irene una vera e propria passione: il motociclismo, che segue regolarmente e che le ha fatto conoscere Valentino Rossi che, rispondendo a una lettera, le scrisse: «Zio vanga Irene, col cavolo che siamo simili, con la metà del tuo carattere potrei vincere 7 - 8 mondiali in 500 e 3 - 4 in Formula uno!».
Che moto hai?
«Ho una Suzuki Gsr 600: bellissima! Ma devo venderla perché con il mio linfedema alla gamba non riesco a cambiare. Sto cercando di comprare un'Aprilia Mana 850 con cambio automatico».
Che impressione ti ha dato Valentino Rossi?
«È una persona davvero eccezionale. Non ha l'atteggiamento arrogante da vip. Al contrario, è un ragazzo molto semplice e disponibile, che non ha dimenticato da dove viene».
Come ti sei messa in contatto con lui?
«Era il 1997, nel periodo di Natale. Scrissi una lettera al suo fan club, ma non mi aspettavo minimamente mi rispondesse. Invece mamma spedì la lettera alla rivista “Moto- sprint”, che leggevo regolarmente. Dopo poco arrivò la risposta di Vale in persona: fu un'emozione grandissima".
Quand'è che vi siete conosciuti di persona?
«A Tavullia, la sua città. Lì l'ho incontrato per la prima volta e da allora siamo rimasti in contatto».
Hai messo la tua storia in un libro. Chi pensi debba leggerlo?
«Penso che la mia esperienza possa essere d'aiuto a tutti, soprattutto ai giovani. A chiunque stia lottando contro una malattia, affinché capisca che può farcela. Ai ragazzi, che spesso sentono la vita come un peso o la buttano via. Leggendo il mio libro, forse riescono a comprenderne il valore, a comprendere che la vera fortuna è essere in buona salute e avere affetti sinceri, non soldi, successo o vestiti firmati».
Biasimi i tuoi coetanei?
«Per me buttano via la vita quando pensano che per divertirsi ci si debba ubriacare, usare droghe e poi mettersi alla guida. Ho perso molti amici per questo, perché se provavo a biasimarli mi prendevano in giro, dicevano che portavo sfiga. Volevo solo che fossero consapevoli di ciò che mettevano in pericolo».
Chi senti di dover ringraziare?
«Ho vinto la mia guerra soprattutto grazie ai miei genitori, che hanno lottato con me. Nella vita bisogna avere punti fermi e la mia famiglia per me lo è. Senza di loro non ce l'avrei mai fatta».
Ti sei mai sentita disperata?
«No, mai».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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