Gioco
Sul set racconto i giovani come me fra sogni e paure
Stasera il film girato da Amasi Damiani con i ragazzi della sua scuola di cinema
LIVORNO. «Dedicato a tutte quelle persone e a quei ragazzi che hanno il coraggio di confrontarsi, di dare voce alle proprie idee, alle proprie emozioni». È questo il messaggio del film “L'albero dei sogni”, il lungometraggio che il regista Amasi Damiani ha realizzato insieme ai ragazzi della scuola di cinema “New Race”, da lui fondata in collaborazione con Arci Formazione: la pellicola sarà presentata in prima assoluta questa sera (ore 20,45) al cinema Quattro Mori e il ricavato dei biglietti andrà all'associazione Cure Palliative.
Girato in molti luoghi della città (al Cisternone, a Villa Mimbelli, al Museo di Storia Naturale, su un autobus dell'Atl….), “L'albero dei sogni” è il compito d'esame di un biennio, durante il quale alcuni giovani hanno imparato come si scrive una sceneggiatura, come si introduce la musica in un film e – grazie agli insegnamenti di Roberta Perrone – qual è il modo corretto di recitare per il grande schermo. La commedia, brillante, ma anche riflessiva, narra la vicenda di quattro giovani accomunati da un progetto cinematografico, nonché dalle difficoltà per realizzarlo.
E si rivolge a tutti quelli che vorrebbero poter concretizzare i loro sogni. Nel cast ci sono: Marcello Marziali, Dick Mattacchione, Aldo Puglia, Riccardo Ricci, Simone Antonelli, insieme agli allievi di New Race: Sandro Biagioni, Cristina Lo Piccolo, Simone Ciurli, Katia Querci, Luisiella Lazzerini e Umberto Vivaldi, che, oltre a essere il protagonista principale – Lamberto – è anche, uno dei coregisti, insieme a Salvo Biagioni e Katia Querci.
Ultimo nato in una famiglia allargata (due sorelle e due fratelli, frutto delle precedenti unioni dei suoi genitori), livornese «orgogliosamente di Montenero», Vivaldi (padre ex portuale, madre ex impiegata di una casa di riposo, ventidue anni, diploma in ragioneria, un anno di università (logistica), da novembre 2011 opera nel servizio civile con i disabili della Casa famiglia Luigi Scotto. Occupazione questa che lo tiene impegnato dalle sei alle otto ore al giorno, mettendolo a confronto sia con i problemi fisici che con quelli psichici degli ospiti.
«Una esperienza – dice – che all'inizio pensavo di non riuscire a portare avanti e che invece mi arricchisce ogni giorno di più».
Umberto, proprio come Lamberto, il personaggio che Vivaldi interpreta nell'”Albero dei sogni”, da grande vorrebbe fare il regista, ma è consapevole di quanto difficile sia la strada da percorrere, anche perché per farlo dovrebbe allontanarsi dalla famiglia a cui è molto legato e da Montenero, isola felice della sua infanzia, dove vivono tutti gli amici più cari.
«Il cinema mi ha coinvolto fin da bambino con le storie di animazione, soprattutto quelle di Walt Disney – spiega – e la mia attenzione si è incentrata sulla regia, che ho iniziato a praticare due anni fa con “La via degli aranci” – medio metraggio scritto e diretto da me, con le colonne sonore di Francesco Spera, mio grande amico – proiettato anch'esso al "Quattro mori"e sempre a favore dell' Associazione Cure palliative di Livorno, a cui si dedica come volontario mio padre».
La storia?
«Daniele , un ragazzo di periferia, per andare a scuola deve fare un lungo percorso a piedi, durante il quale ogni volta dei bulli gli danno noia. Questo gli fa perdere l’autostima e cambiare carattere, mettendo a dura prova il rapporto con il padre. Fino a quando non saranno gli amici, quelli veri, ad aiutarlo a uscire dal tunnel».
È una storia autobiografica? Hai avuto anche tu problemi di bullismo?
«No. I miei amici sono cresciuti con me dalla scuola materna fino alle superiori. E fra di noi c'è un bellissimo rapporto. Però certi episodi letti sui giornali o ascoltati in tv mi hanno fatto capire che il bullismo esiste e che può davvero rovinare l’esistenza di chi è costretto a subirlo».
Veniamo al film di Amasi Damiani e alla Scuola di cinema che stai frequentando a Livorno. Dove non vai a piedi da Montenero come il ragazzo del tuo racconto e dove invece, a detta degli organizzatori, arrivi spesso in ritardo.
«È vero, ma non lo faccio per mancanza di rispetto delle regole, bensì perché a volte gli orari della scuola non coincidono con quelli del servizio civile».
Conoscevi già i tuoi compagni di corso?
«No. Sono stati incontri nuovi. Ma ne è nata una bella collaborazione».
Non conoscevi neppure Damiani?
«Solo di nome. Poi ho saputo del corso che lui teneva leggendo Il Tirreno e ho telefonato subito ad Arci Formazione, che se ne occupava, per iscrivermi».
È stato faticoso il percorso prima di arrivare alla realizzazione del film?
«Un po’ sì, anche perché ho dovuto giostrarmi fra gli altri impegni. Sia il regista che la sua assistente, la mitica Adriana, moglie di Damiani, pretendono molto perché il loro è un lavoro serio e non un gioco. Per le ultime riprese, ho dovuto chiedere dieci giorni di ferie, durante i quali abbiamo girato ininterrottamente dalle nove di mattina alle 18. Non è stata insomma una passeggiata, però adesso sono soddisfatto, anche se il risultato finale non l'ho ancora visto: il regista vuole che noi studenti assistiamo alla proiezione insieme al pubblico e la cosa mi mette un po' di ansia».
Quanto sono durate le riprese?
«Da inizio gennaio a metà marzo».
Tu hai fatto la coregia, ma hai lavorato anche come attore. Raccontaci il tuo personaggio?
«Lamberto è un giovane regista livornese che abita in una soffitta con degli amici e vuole girare a tutti i costi un film nella sua città. Per poter fare questo va a battere cassa alle varie istituzioni, trovando tanti muri e poca collaborazione. Il film in pratica è una critica al cinema italiano che non prende in considerazione gli emergenti e appoggia solo chi è già conosciuto o chi ha santi in paradiso».
Qual è stato per te il momento più difficile sul set?
«Non ci sono stati momenti difficili, ma qualche divergenza di visione sì, ma ne abbiamo sempre discusso in armonia».
Damiani vi lasciava esprimere le vostre idee?
«Ci ha dato molta libertà anche nelle inquadrature, ma nel montaggio ha agito da solo, come credo facciano tutti i registi».
Umberto, cosa c'è nel tuo albero dei sogni privato?
«La voglia di fare le cose che mi piacciono, come la regia, e la speranza di vedere i miei genitori invecchiare tranquillamente».
Pur di lavorare nel cinema ti adatteresti a qualunque sacrificio?
«Sì, ma non a quello di andarmene da Livorno, anzi da Montenero, dove c'è il mio mondo».
Dal quale non ti sei mai allontanato?
«Solo qualche volta, per andare a studiare in Inghilterra e in Spagna. Ma per due o tre settimane, non di più».
Nel cassetto hai un'altra tua sceneggiatura o ti sei fermato al tema del bullismo?
«Hopronta una storia scritta con il mio amico Francesco Spera: racconta di un laureato che non trova lavoro, viene lasciato dalla sua ragazza e decide di andarsene all'estero per cambiare vita».
Ma tu hai una ragazza?
«Sì. Elisabetta. Studia veterinaria, è di Collinaia e nel film di Damiani interpreta la fidanzata di Lamberto».
Come vi siete conosciuti?
«Chattando su Internet. E' andata bene, siamo insieme da tre anni».
Cosa fai oltre al servizio civile e a occuparti di cinema?
«Ballo con Elisabetta: latino americano, valzer lento, tango. E pratico ginnastica pugilistica».
Dopo questa sera in cui l'Albero dei sogni farà il suo debutto, cosa ti aspetti?
«Che le istituzioni cittadine siaccorgano del lavoro che c'è dietro e che prestino più attenzione ai giovani, invece di dare spazio solo a chi di questo spazio a Livorno ne ha già a sufficienza».
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