Il Tirreno

Livorno

«Quel camion mi ha salvato: un miracolo»

di Matteo Baccellini
«Quel camion mi ha salvato: un miracolo»

Operaio di Orbetello racconta il terrore nella fabbrica di Medolla dove sono morti tre suoi colleghi

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MEDOLLA. «Non ci fosse stato quel camion non so come sarebbe andata a finire». Marco Biagetti, orbetellano trasferito a Mirandola da dieci anni, è un miracolato. Ieri mattina alle 9 aveva da poco iniziato il suo turno di lavoro al capannone industriale della Haemotronic di Medolla, dove hanno perso la vita tre operai, rimasti schiacciati dalle macerie.

«Ricordo un nuovo boato, una scossa ancora più forte di quella di dieci giorni fa - dice al telefono, mentre con moglie e tre figli sta tornando verso la sua Orbetello, al riparo - ed è venuto giù tutto in pochi istanti. Ho fatto in tempo a trascinare fuori un magazziniere che era rimasto impietrito e sono scappato fuori. Per mia fortuna nel piazzale della ditta c'era un camion che stava scaricando del materiale medico. Il cassone ha stoppato la corsa del tetto che altrimenti mi avrebbe travolto. La copertura è finita su quell'autocarro. E io ho trovato quello spazio vitale per mettermi in salvo».

Tre suoi colleghi non hanno avuto la fortuna o il tempo per farlo: hanno perso la vita così, sepolti dalle macerie di quel capannone che si è trasformato in un inferno di polvere e mattoni crollati.

Mentre un quarto, dato subito per morto, si è invece salvato, comunicando tramite cellulare con i soccorritori.

«Sono sconvolto, ma vivo - racconta Marco - in questo momento non riesco neanche a pensare al fatto che ho perso il lavoro. Il nostro direttore è arrivato al capannone per coordinare i lavori di soccorso, nessuno ha avuto la forza o il tempo di immaginare il futuro lavorativo. Me ne sto tornando a Orbetello con la mia famiglia. Abbiamo bisogno di riposarci e di provare a dimenticare tutto questo». Non sarà facile.

Sua moglie Barbara, impiegata in una ditta a due passi da Medolla, non ha avuto nel momento della scossa la stessa lucidità di suo marito.

«Ero rimasta terrorizzata già dalle prime scosse della notte del 20 maggio - dice - quando ho sentito quel boato mi sono mancate le forze per muovermi, anzi, non riuscivo a trovare l'equilibrio per scappare. Per fortuna un collega si è reso conto della situazione e mi ha trascinato fuori dall'ufficio». La voglia di dire basta è forte. «Non ne possiamo più di vivere in questo modo, con l'orecchio teso a ogni sussulto». Una frase che dice tutto.

Una volta che Marco e Barbara si sono riabbracciati, sono partiti in macchina verso la casa dei nonni, dove erano rimasti i tre figli, Silvia, Matteo e Martina di 15,11 e 10 anni. I più piccoli erano rimasti sconvolti dal primo sisma, che li aveva sorpresi di notte durante un'esercitazione degli scout. E da lì, dal centro di Mirandola, la corsa in auto della famiglia Biagetti verso Orbetello, il paese natale di Marco e dei genitori di Barbara. In laguna proveranno a ritrovare la pace. E a ricostruire una vita oltre il terremoto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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