Gioco
Il porto frena ancora, la Compagnia pensa alla cassa integrazione
Raugei: traffici giù del 12-13% ma siamo al contrattacco con alleanze locali e la conquista di nuovi contratti
LIVORNO. È slittata a metà giugno la presentazione del piano industriale che dovrà rimettere sui binari il futuro della Compagnia portuale. Era inizialmente annunciato per aprile-maggio, ma se non è ancora stato sfornato non è per via d'un inghippo burocratico: «Contavamo su una stabilizzazione dei traffici, invece nel primo trimestre 2012 sono calati di un altro 12-13%: la flessione sembra generalizzata in tutto il porto, questo ridisegna lo scenario dentro il quale avevamo immaginato di aver toccato il fondo per poter poi ripartire».
Enzo Raugei, presidente della Compagnia, non indora troppo la pillola quando racconta le difficoltà della più importante coop del porto: anzi, segnala la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione. Lo fa a Palazzo Granducale davanti alla commissione emergenza occupazione guidata da Michele Mazzola (Prc-Pdci). Finora la situazione è stata tamponata vendendo ai partner genovesi una parte (30%) della metà del terminal Tdt e ricorrendo a contratti di solidarietà ma la crisi chiede altri sacrifici: già in vendita l'autoparco del Faldo (ma il mercato dell'auto è in una fase ko) e il Palazzo di via San Giovanni (e il borsino immobiliare non se la passa meglio). In effetti, come sottolinea Mirabelli, «questo contesto di crisi economica lunga non aiuta».
Il numero uno dei portuali ce la mette tutta però per dare l'idea di non esser nell'angolo. Da un lato, ricorda che si stanno perfezionando contratti sul fronte auto (Chrysler), merci varie (350-400mila tonnellate annue di metalli) e contenitori (con un operatore che promette 40 navi all'anno). Dall'altro, rivendica la legittimità del progetto di costituire all'Alto Fondale un polo di rifornimento di navi da crociera («abbiamo noi la concessione e, diversamente da quanto ritiene l'Authority, pensiamo che il nostro progetto non interferisca con i servizi che la Porto 2000 offre ai passeggeri»).
Ma soprattutto Raugei riparte dalla cordata labronica per dire che c'è disponibilità ad alleanze. Anzi, c'è qualcosa che sta maturando: «Abbiamo respinto quella proposta perché era un’alleanza in cui dovevamo cedere ogni potere, però la nostra storia dice che non siamo affatti contrari a fare accordi: lo stesso piano Gallanti spinge in questa direzione». Quello delle alleanze è un aspetto sul quale fiissano lo sguardo anche il pd Coluccia («è una fase di grandi concentrazioni, nessuno può pensare di salvarsi da solo») e Mazzola («è possibile una intesa con Unicoop così da creare un asse fra le grandi cooperative del porto?»).
La destra non è mai stata tenera nei riguardi della Compagnia “rossa” ma, di fronte a questa crisi, pur non rinunciando a qualche inevitabile scappellotto, manda segnali di attenzione e quasi condivisione delle preoccupazioni. Ad esempio, Malanima (Pdl) in commissione insiste a più riprese sul fatto che «tutti i livornesi conoscono le scappatoie che ingigantiscono il lavoro nero in porto eppure nessuno fa nulla». E ancora: «Invece di andare a giro per il mondo a conquistare nuovi traffici, troppi nel nostro porto puntano semplicemente a portar via la torta al vicino: con il risultato che le fette sono sempre più piccole». Due temi sui quali ha incontrato consonanze con i portuali.
Il presidente della Provincia, Giorgio Kutufà, mette in guardia: la vendita di pezzi del patrimonio serve a poco se non è accompagnata da un progetto vero di rilancio: qui non siamo più al campanello d'allarme, «ormai è una sirena».
Celanti (Idv) confessa «un senso di impotenza» di fronte al grido d’allarme sulla sorte di questi lavoratori così come di altre crisi occupazionali. Anche lui batte il tasto dolente dei dragaggi: inutile dire che si finisce per parlare «di quel che l’Authority fa e soprattutto di quel che dovrebbe fare»: «I problemi si trascinano, qui non decide mai nessuno», sbotta l’esponente dipietrista.
Genova accoglie le navi da 13mila teu, per noi è un sognissimo. Ma – avverte Raugei – il prossimo anno c’è un grande operatore del settore prodotti forestali che vuol portare in Italia un traffico da 400-450mila tonnellate, «metà delle potrebbero venire a Livorno». La domanda è una sola: saremo pronti?
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