Sicurezza
Il pallone e l'eclissi dell'etica
Eppure c’è ancora chi suona, canta e balla, sulla tolda di questo Titanic perennemente sull'orlo del naufragio. Sì, perché, alla fine - pulito o meno che sia il gioco - c'è chi alza una coppa e chi si qualifica per giocarsene altre e tanto basta per scrollarsi di dosso ogni preoccupazione: ieri, tanto per dirne una, a Roma fra i tifosi giallorossi i più stavano cercando di capire non a quale livello fosse lo scandalo ma se la loro squadra potrà prendere il posto della Lazio in Europa League. Con un marciume così diffuso pensare di guadagnarci è veramente miope, per non dir di peggio.
Quello di ieri, infatti, non è stato il primo e purtroppo non sarà l’ultimo risveglio con la colonna sonora del tintinnio di manette. Il calcio italiano – che nel 2011 è riuscito ad accumulare due miliardi e mezzo di debiti – non ha mai smesso di farsi circondare da faccendieri e incantatori di serpenti. Le prime tracce che si perdono nei ricordi sono del 1980, quando a fine campionato gli arresti li fecero negli spogliatoi dopo l’ultima di campionato. Roba di scommesse clandestine, alimentate e guidate da un commerciante all’ingrosso di frutta e da un ristoratore. Due personaggi che sembravano usciti da un film di Verdone e che invece avevano prima foraggiato e poi smascherato un giro di combine spaventoso, nulla però al confronto con oggi.
Da allora molto poco è cambiato. Le scommesse, nel frattempo, sono state legalizzate ma non è bastato a evitare il peggio. Anzi, come ha detto il vicepresidente federale Demetrio Albertini «siamo stati superficiali a introdurle, alcune persone vengono coinvolte in meccanismi più grandi di loro».
Al punto che – parole del giudice per le indagini preliminari di Cremona, Guido Salvini – «l’inquinamento etico del mondo dei calciatori e forse anche di alcuni dirigenti non è stato episodico ma diffuso e culturalmente accettato in spregio ai principi di lealtà sportiva nei confronti dei tifosi innanzitutto».
Macigni, sassate contro un mondo che ha fatto dell’omertà uno stile di vita. Basterebbe dare un’occhiata all’andamento delle ultime giornate dei maggiori tornei, dove ci sono squadre che marciano alla media di un punto a partita e poi chiudono con tre vittorie di fila. Una volta può essere un caso, se è la regola vuol dire che viene meno la lealtà dei giocatori delle squadre che – nella migliore delle ipotesi – perdono perché non pensano che i tre punti valgano come a inizio stagione.
Purtroppo queste cose scandalizzano poco «in questo nostro mondo che – come dice Giovanni Trapattoni, ex ct azzurro ora alla guida dell’Irlanda – all’estero viene deriso. Noi italiani veniamo sempre additati come intrallazzoni e mafiosi». Già da ieri bastava farsi un giro sui siti dei principali quotidiani europei e americani per capirlo.
Anche nel 2006, alla vigilia dei Mondiali che poi avremmo vinto in Germania, l’italico pallone ebbe a che fare con la Calciopoli di Moggi & C. ma non era mai accaduto che la polizia andasse a bussare a casa dell’allenatore che ha appena vinto lo scudetto o nel ritiro della Nazionale, arrivando a condizionare le scelte del ct.
Per carità, fino al terzo grado di giudizio vanno considerati tutti innocenti e leggendo le carte i livelli di coinvolgimento appaiono molto diversi. Giusta dunque la cautela che si pretende, soprattutto per chi potrebbe uscirne con tante scuse.
Ma dobbiamo prima di tutto chiederci cosa abbia mai fatto questo mondo fatato per allontanare gli incantatori di serpenti e le tentazioni. Purtroppo ieri, anche nei social, uno fra i ragionamenti più diffusi era: nel 1982 e nel 2006 eravamo reduci da due scandali e abbiamo vinto i Mondiali, magari stavolta vinciamo gli Europei. Ecco, il problema sta qui: tutti pronti a cantare e ballare lungo le strade e nelle piazze. Una coppa da alzare come anestetico per un malato ormai terminale. E dopo?
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