Il Tirreno

Livorno

Sulle orme di mia madre, la prof che scrutava le anime

di M. Antonietta Schiavina
Sulle orme di mia madre, la prof che scrutava le anime

«Dopo la sua morte ho scoperto che da giovane scriveva racconti»

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LIVORNO. «Veniva lì ogni giorno, il ragioniere, a pranzare in quella vecchia trattoria sul porto. Scendeva puntuale dal tram che arrivava alla piazzetta alle 12,50, si fermava a guardare per qualche minuto in direzione del mare, poi entrava nella sala fumosa. Fra tutta quella gente eterogenea, chiassosa, per lo più marinai di passaggio, quel signore di mezza età, vestito di scuro, rappresentava una dissonanza, ma nessuno pareva accorgersene. Quale avventore abituale gli riserbavano sempre lo stesso tavolo accanto alla finestra, dalla quale si vedeva uno scorcio di porto».

Incomincia così il racconto “Il ragioniere” pubblicato sul Tirreno il 13 dicembre 1952. L'autrice è Luciana Ragghianti Gatti, modenese di nascita ma livornese d'adozione, professoressa di matematica, scienze e chimica, prima al Liceo Scientifico di Cecina, poi alle medie e superiori di Livorno. Un’emiliana che, dopo aver vissuto fra Modena,Torino, Bologna, Treviso e Brescia, per seguire il padre militare in carriera, nel 1955 approdò nella nostra città con il marito medico (Eugenio Gatti), assunto dall’ospedale, per poi decidere di restarvi per sempre, complice la solarità di un luogo che ben si addiceva al suo carattere. Laureata in Farmacia, in Scienze naturali e in Scienze biologiche, stimata e amata da allievi e colleghi, la Ragghianti, conosciuta da tutti come professoressa Gatti, dedicò la sua vita all'insegnamento, trasferendo l'amore per lo studio a intere generazioni di livornesi. Ragazzi di ieri ormai cresciuti, ognuno con un diverso percorso, ma tutti con il ricordo di quella prof che riusciva a coinvolgerli totalmente. Lei che per privilegiare la carriera del marito, ne aveva abbandonata una di docente universitaria a cui si stava avviando con profitto.

«Mia madre aveva in sé il carisma della cultura che trasmetteva ai suoi allievi ma nutriva anche una passione segreta, quella per la scrittura, che ho scoperto solo dopo la sua morte (avvenuta l'anno scorso all'età di 85 ani, n.d.r), quando in uno dei cassetti di casa ho trovato molti ritagli di giornali che riportavano dei suoi racconti, artigianalmente incollati sulle pagine di una agenda verde, con la data e i nomi delle testate su cui erano stati pubblicati». A rivelarlo la figlia Marta, anche lei insegnante, che ha dato alle stampe con le Edizioni Erasmo il libro “La signorina Lavinia-Luciana Ragghianti Gatti- I racconti”, presentato pochi giorni fa alla Gaia Scienza, come testimonianza di una passione, quella della professoressa Gatti, messa a frutto tra il 1950 e il 1953, periodo nel quale collaborò, pagata mille lire ad articolo, a riviste e quotidiani (fra cui Il Tirreno), raccontando l'Italia del dopoguerra, la sua miseria e i suoi pregiudizi, osservati dal suo occhio rigoroso di scrutatrice di anime.

Storie di cui sua madre non l'ha mai resa partecipe.

«Credo che non abbia reso partecipe nessuno, per quel pudore insito nel suo carattere, confermato durante le mie ricerche per riordinare i documenti, ma anche per tentare in qualche modo di elaborare il dolore della perdita, perché trovando nei racconti di mamma parti della sua vita, di quando ancora non eravamo nati io e mio fratello Stefano – morto inaspettatamente a soli 55 anni, due mesi prima di lei – ho capito i suoi pensieri, le sue rinunce, la sua sensibilità e quella positività che poi nel tempo non l'ha mai abbandonata».

Perché ha deciso di raccogliere gli scritti in un libro?

«Volevo rendere omaggio a un aspetto di mia madre che non era mai stato evidenziato: una potenzialità creativa, espressa quando lei non aveva ancora 24 anni e messa da parte dopo il matrimonio, nel 1954: dopo quella data, infatti, dei suoi scritti non c'è più nulla».

La dedica che con sua figlia Elena avete inserito nelle prime pagine del libro recita: “Mamma, nonna di te non possiamo e non vogliamo dimenticare i profumi della tua cucina, i tuoi occhi verdi, vivi, intelligenti, le tue fragorose risate”.

«Si, perché mia madre era una donna allegra a cui piaceva ridere delle piccole cose. Lo faceva anche con i suoi alunni, che l'amavano proprio per il suo modo di porsi. E' stata un’ottima mamma, e una dolcissima nonna rimpianta da Elena ogni giorno. Una donna non autoritaria ma autorevole, però anche molto giovane dentro, tant’è che nei tempi dell’ adolescenza e della ribellione fu perfettamente in grado di comprendermi. Aperta al mondo e alla modernità fino al suo ultimo giorno di vita».

Tutto questo la professoressa Gatti lo ha messo anche nel suo mestiere di insegnante.

«Con grande entusiasmo, riuscendo a rendere piacevole e accattivante anche materie ostiche come la chimica che lei adorava. Con i ragazzi poi, faceva anche delle grasse risate, adottando una comunicazione vivace sia a scuola, sia in famiglia, sia con chiunque frequentasse. Lo testimoniano le persone che incontrandomi mi parlano con affetto di lei, soprattutto i suoi ex alunni».

Neppure una volta in pensione non ha ripreso a scrivere?

«No. Le piaceva raccontare ed esprimeva così la sua fantasia. Parlava molto della sua vita, delle sue esperienze belle e brutte, della seconda guerra mondiale, dei bombardamenti, della paura, dei pericoli sempre in agguato: durante il fascismo rischiò la pelle, perché era passionale e se aveva un amico ebreo lo frequentava senza problemi, tanto che fu scritta perfino nella lista nera. Ma lo faceva con ironia, rendendo piacevole ogni cosa, anche la più terribile. E se le dicevo: “Mamma ma perché non metti tutto questo in un libro?“ rispondeva “No, no!“ cambiando subito discorso. Però ultimamente, rovistando fra le sue cose, ho trovato anche un romanzo, con cui aveva partecipato a un premio letterario ottenendo ottime critiche. Si tratta di una storia che, per i temi trattati, sembra scritta oggi. E chissà che un giorno io non decida di pubblicarlo».

Come si era ambientata la mamma a Livorno, dove arrivò con suo fratello Stefano piccolissimo e dove poi è nata lei?

«Benissimo. Amava il vento, l’odore del mare, girare in bicicletta. Aveva il suo giro di amici, giocava a bridge ed era riuscita a inculcarne la passione a un gruppo di giovani allievi, trascinandoli con il suo solito entusiasmo».

Si dice che sia stata anche una grande cuoca.

«Aveva un talento innato per la cucina: i profumi che si diffondevano quando si destreggiava fra i fornelli erano unici. Ma era anche un’accanita lettrice: non esisteva foglio scritto che non passasse sotto i suoi occhi».

Cosa le manca di più di sua madre a distanza di un anno dalla scomparsa?

«Le persone sono quello che hanno fatto e continuano a vivere dentro di noi per ciò che ci hanno lasciato. Mia madre essendo stata molto presente è come se ci fosse ancora e i racconti che ho scoperto e voluto pubblicare, la faranno rivivere ogni giorno dentro di me, così come spero riusciranno ad emozionare anche chi non ha mai avuto la fortuna di conoscerla».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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