Il Tirreno

Livorno

Costruita coi soldi di Giauro

Costruita coi soldi di Giauro

Qui i tifosi coniarono il famoso “O promozione o radiazione”

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Ci sono dei posti, nel mondo del basket, che dici il nome e pensi alla storia. A New York è Rucker, il play-ground più famoso del mondo. A Milano è il Lido, a Cantù il Pianella. A Livorno, c'è "via Cecconi", intendendo per questo ciò che c'è dentro, al civico 40. In principio fu un campo da tennis a ore, in futuro, a sentir certe voci, un parcheggio. In mezzo ci sono stati quarant'anni di passione. Un grande, anacronistico scatolone di ferro, costruito nei primi anni '70 coi proventi della vendita di Primo Giauro, pace all'anima sua, alla seconda o terza squadra di Bologna. Fu Umberto Foresi ad avere la luminosa idea, quella di fare un impianto privato per la sua Pallacanestro Livorno, ove il settore giovanile potesse crescere senza dover girovagare fra palestre sparse per la città ma dove anche, all'occorrenza, si potesse allenare la prima squadra allora protesa alla scalata verso la serie A.

Una fortuna, durata appunto quarant'anni. Smoccolavi per un po' finchè non trovavi il parcheggio fra la stessa via Cecconi e via Roma o la stradina cieca che costeggia la palestra, ma quando riuscivi a entrare eri a casa tua, una specie di società di contrada, una famiglia per chi era piellino alla fine degli anni '70 e successivi. Sede sociale, infermeria, luogo di sudore e allenamento, fucina di giovani campioni, ma anche posto di ritrovo serale (e di grigliate in giardino, a volte) allora che l'happy hour non si sapeva che fosse, per gente che sentiva di appartenere alla stessa bandiera. E sono sicuro che anche "loro", i cugini dell'altra sponda, questo posto già un po' cadente pochi anni dopo la costruzione ce lo invidiavano, nonostante ben presto gli fosse arrivata in dono la sede lucente di via Pera, ma vuoi mettere il clima. Una volta, nei suoi primi anni di vita, si trasformò anche in luogo d'assemblea, una specie di Piazza del Popolo "de noantri". Accadde la sera del 1 giugno 1980, vigilia di gara 3 della finale promozione in A2 contro Padova, la prima volta in assoluto per la Pielle, il ritorno dopo quasi 15 anni per Livorno.

Duecento tifosi, forse più, vi si dettero convegno per decidere le strategie di tifo del giorno dopo e leggenda vuole che l'artefice della costruzione della "scatola" pronunciasse una frase non propriamente in linea col bon ton del tifo ma certamente adeguata a quello che ai tempi voleva dire il fattore campo. "O promozione o radiazione". Fatto sta che quei duecento dell'assemblea si spostarono in massa, destinazione Tirrenia, piazzale dell'hotel Continental e i giocatori del Padova non dormirono il sonno del giusto, quello che ci vorrebbe prima di una battaglia, sia essa di Rocroi o una semplice finale. Cominciò a pioverci dentro presto, nello scatolone di lamiera, e chi veniva a giocarci, le squadre avversarie dico, aveva sempre a lamentarsi degli spogliatoi ricavati dentro a un container e delle docce spesso e volentieri malfunzionanti o funzionanti per niente. Ma poi, dentro, l'atmosfera era quella di un tempio alla rovescia, dove la celebrazione del rito era direttamente proporzionale al frastuono che si riusciva a creare. C'era lo "strumento", una sbarra di ferro lunga una quarantina di centimetri che alla bisogna veniva tirata fuori da un recesso semisegreto e percossa con forza sulla balaustra di (effimera) delimitazione del campo o su un armadietto metallico posto subito alla sinistra dell'ingresso. Quando veniva impugnato da mani esperte voleva dire che la partita non era delle più semplici, che il tifo andava svegliato e gli arbitri intimiditi, faceva rumore più di 5 tamburi insieme. Paolo Cianfrini ci allevò una squadra che vinse due titoli nazionali, con dentro Aldi, Bonaccorsi, Tosi e Graziani, tutti prestati subito alla prima squadra in serie A, roba quasi impensabile al giorno d'oggi, in questo basket incomprensibile fatto di 8 stranieri per squadra grazie a matrimoni di comodo e passaporti farlocchi.

Poi ci piovve sempre più spesso (ma ci passò e non di sfuggita anche Bulleri) e le saldature al tetto dovettero diventare sempre più frequenti. Ma Luca Bechi, quando ormai la serie A era un ricordo e c'era stata da anni l'orribile fusione e la Pielle era ripartita dal niente, fece in tempo a forgiare un’altra ultima squadra vincente, imperniata su Giachetti, Cappa e Marmugi, un gruppo che, dopo quattro anni senza sconfitte regalò alla ormai polverosa bacheca di via Cecconi l'ultimo titolo nazionale, una specie di last hurrà di un esercito ormai decimato. I reduci si sono riorganizzati da un paio d'anni, il gruppo su Facebook e certe partite di D trasformate, quanto a calore e passione, in frammenti di una Salonicco a due passi dall'Attias. Solo questo meriterebbe che nessuno toccasse niente, che tutto restasse com'è.

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di Redazione web