Il Tirreno

Livorno

Quando invece del parquet c'erano i sassi

di Claudio Bonaccorsi
Quando invece del parquet c'erano i sassi

Claudio Bonaccorsi, cresciuto nelle giovanili della Pallacanestro Livorno, racconta com'era giocare nel parquet di via Cecconi

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Come si fa a racchiudere in un articolo di giornale la storia di una palestra come via Cecconi in cui hai passato migliaia di ore della tua vita, in cui sei arrivato ragazzino, sei cresciuto, sei diventato giocatore? Lo sapevo da tempo che sarebbe arrivato questo giorno ma quando ho letto che era iniziato il trasloco mi è preso uno strizzotto al cuore. Via Cecconi non era un parquet con quattro lamiere intorno, via Cecconi era un castello umano.

Se chiudo gli occhi per un attimo vedo i volti. Vedo Cianfrini e Nigiotti, vedo Vigoni, Lenzi, Niccolai, Bientinesi, Querci, vedo Duccio Zeme. Tanti di loro oggi non ci sono neanche più, ma io li vedo al tavolo dei cronometristi, seduti in panchina, a parlare dietro al bancone della sede.

Vedo tutto di quel posto, anche se sono passati tanti anni da quando per la prima volta ci misi piede. La mia storia piellina nasce lì, in quella palestra stranissima per gli occhi di un ragazzino che fino a 12 anni aveva giocato a minibasket al Gimnasium con la Uisp e poi dal Turchi al palazzettino, tappe immancabili per chi allora iniziava la pallacanestro.

Dalla Uisp fui portato alla Pl, il colpevole fu Andrea Ruocco, mio compagno di scuola. Non ricordo se quell’anno la squadra si chiamava Leone Mare oppure Magniflex. Ricordo bene però che arrivai in questo capannone pitturato, diversissimo dalle palestre in cui avevo cominciato. La prima volta mi accolse Ezio Bargigli, fu lui il primo allenatore. Prendevamo delle scoppole da tutti. Era la Zetagas la squadra più forte, molto più della Libertas. L’anno dopo migliorammo, in panchina c’era Cianfrini, e fu proprio contro Pontedera, ormai rivale storico, che vissi il mio primo “contatto” vero con via Cecconi.

Non c’era il parquet in quegli anni, giocavamo sui sassi. Non potrei dimenticarlo: a un certo punto della partita, in una penetrazione caddi e colpii duramente il gomito destro a terra. Sentii un dolore tremendo ma pensavo di rialzarmi e giocare. Invece mi portarono via in ambulanza e mi diagnosticarono la rottura del gomito in due punti. Sessanta giorni di gesso. Quando una settimana dopo tornai in palestra a salutare i miei compagni, Cianfrini mi fece mettere canottiera e pantaloncini e mi fece iniziare la riabilitazione allenandomi a un canestrino laterale, ai tempi sistemato dove ora c’è la tribuna, usando soltanto la mano sinistra. Lo fece per non farmi perdere la voglia e io la voglia non la persi. Quella volontà di recupero, di giocare, di migliorare coinvolse in quei mesi tutti i miei compagni d’allora e lì, su quei sassi, nacque la Pl che a livello giovanile vinse due titoli italiani e approdò a 4 finali nazionali.

Era magica via Cecconi. Era le docce improponibili a cui accedevi solo dopo aver attraversato sudato, in mezzo al gelo o sotto la pioggia, un piccolo tragitto all’aperto. Era lo spogliatoio dove era sempre tutto rotto. Era l’estate in cui ti davano le chiavi dei portelloni di ferro mentre i tuoi compagni di scuola erano al mare e te ti ritrovavi lì, a giocare a tutte le ore del giorno. Era Rino Querci e la palestrina che aveva costruito dietro il capannone, in cui si facevano pesi e si metteva su massa. Ecco, via Cecconi era una base logistica non all’altezza ma funzionale per istruttori che si trovavano a lavorare con pochi mezzi ma lo facevano bene, con giovani volenterosi. Quello che oggi spesso manca, in via Cecconi c’era: era la voglia di sacrificarsi, la capacità di adattarsi, il piacere di fare sport e farlo di squadra.

Gli aneddoti sono tantissimi. Ricordo Lorenzo Pannarella, che dopo un terzo tempo in contropiede continuò la sua corsa uscendo dalla porta laterale dietro al canestro per andare negli spogliatoi a partita in corso. Ricordo quando dopo essermi allenato con la prima squadra in via Allende, mio padre mi caricava in macchina col giubbotto, ancora sudato e mi portava in via Cecconi per gli allenamenti in notturna dei cadetti insieme ad Aldi, Graziani, Tosi.

L’ultima volta che mi sono allenato su quel parquet è stato l’anno della B1, con la Pallacanestro Livorno di Crespi e Contesini. Era già un’altra cosa, quella Pl. Lì si era capito che serviva una sinergia del basket livornese e non è un caso che in quella squadra c’erano Martinelli, Angiolini, Pietrini, Vaiani,che il Dna non l’avevano certo piellino. Ecco, anche in quell’esperienza, c’era il senso vero di via Cecconi, melting pot, come dice Virzì, di tutte le razze di giocatori livornesi. Non ricordo piellini andati in via Pera, ma giocatori di ovunque venuti in via Cecconi sì.

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