Gioco
Sconforto, umanità e carte, la vita in carcere di Lenzi
Dopo 20 giorni alle Sughere l’ex numero uno della Porto 2000 è tornato a casa. «Ho fatto una sciocchezza a evadere, ma non meritavo questo trattamento»
LIVORNO. «La prima cosa che ho fatto quando sono tornato a casa? Ho abbracciato la mia famiglia e poi mi sono buttato sotto la doccia per togliermi di dosso il brutto sogno che ho vissuto durante questi venti giorni in carcere. In mezzo all’acqua scorrevano tanti cattivi pensieri, quelli dei primi giorni in cella mangiando poco o nulla e senza chiudere occhio la notte, ma anche l’umanità e il bene che non pensavo di trovare in prigione, non solo dai detenuti, ma soprattutto dal personale medico che non mi ha mai lasciato solo».
Bruno Lenzi, 76 anni, ex numero uno della Porto 2000 e dell’Autorità Portuale, parla dalla sua casa di via San Jacopo in Acquaviva dove è tornato ieri intorno a mezzogiorno dopo l’ok del tribunale di sorveglianza di Firenze alla revoca degli arresti dopo essere evaso la notte del 20 aprile dai domiciliari in seguito alla condanna a quattro anni e due mesi per associazione a delinquere e peculato.
«In un momento di leggerezza – ammette – ho fatto una cretinata e sono evaso, prometto che non succederà più. In ogni caso l’ho spiegato anche al giudice e lo abbiamo documentato con i miei avvocati Riccardo Carloni e Mario Galdieri: è stato fatto tutto in buona fede. La mattina prima del controllo ero andato a prendere delle medicine per mia moglie alla farmacia Bellini di via Grande, poi, visto che avevo ancora un’ora di tempo, ho fatto visita a mio fratello in via Provinciale pisana perché aveva la febbre, ma quando sono andato via mi sono dimenticato là i medicine. La sera successiva, quando mia moglie ha accusato i primi dolori sono uscito, ho preso la macchina e sono andato a riprendere la busta da mio fratello. Sarò stato fuori dieci minuti, un quarto d’ora, giusto il tempo di non essere presente al controllo dei carabinieri che hanno fatto rapporto nonostante il giorno successivo mi sia presentato alla stazione Porto per chiarire la situazione».
Una settimana più tardi a casa di Bruno Lenzi si presentano i militari con un provvedimento firmato dal giudice e per lui si aprono le porte del carcere. «Quando mi hanno comunicato che dovevo andare in galera non ci ho creduto. Mi sono detto: io non sono un delinquente e non ho ammazzato nessuno. Ho pensato al passato, alla mia carriera, a quello che ho fatto, ai ruoli che ho ricoperto. Alla fine ho creduto all’ennesimo atto persecutorio nei miei confronti dopo un patteggiamento sbagliato, che tornando indietro non farei più e dal quale sono cominciati i miei mali».
Venti notti in una cella con altre tre persone: un ragazzo rumeno di 35 anni, un moldavo di 25 e un uomo di 74 anni di Follonica. «I giorni peggiori – va avanti – sono stati i primi due, tre. Non dormivo e avevo un nodo in gola che mi levava l’appetito. Mi sentivo perso, arrabbiato, solo. Non credevo di farcela, ma alla fine ho trovato il bene anche in carcere soprattutto dai medici e dal personale che mi hanno seguito, curato e sopportato visti i problemi di diabete e pressione che ho. Ma anche nei detenuti, almeno nei miei compagni di cella – prosegue – ho visto un’umanità che fuori spesso latita. Per passare le giornate giocavamo a carte, ma purtroppo io non sono capace, quindi il mio compagno non faceva altro che arrabbiarsi per come scartavo».
Martedì l’udienza a Firenze e la prima speranza con la decisione dei giudici di riservarsi. L’ultima notte di attesa, ieri mattina la notizia che ora ha il sapore di una doccia calda.
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