Il Tirreno

Livorno

Rexhep, l’albanese che ha giurato fedeltà all’Italia

Il sindacalista della Cgil è riuscito a ottenere la nazionalità «Vivo a Livorno da tredici anni e mi sento molto fortunato»

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LIVORNO. Rexhep Paja era solo un quindicenne quando in Albania, suo paese d'origine, scoppiò la guerra civile. Da allora sono passati tredici anni. Ieri mattina, Rexhep, nel frattempo diventato sindacalista della Cgil, ha ottenuto la cittadinanza italiana e prestato giuramento alla Repubblica durante una cerimonia in Comune. L'iniziativa, organizzata con il Coordinamento delle comunità straniere, con la Cgil e con l'Arci, ha un grande valore simbolico, in un momento in cui, oggi come allora, l'immigrazione continua a essere oggetto di pregiudizi. Rexhep, invece, ha dimostrato che a Livorno l’integrazione è possibile.

Rexhep lascia la sua città natale, Ishem, alla fine degli anni Novanta, e da Valona compie il viaggio della speranza verso l'Italia. Cerca di raggiungere il nostro Paese in gommone. Non una, ma tre volte. L'ultimo tentativo va a buon fine. «Sono stato fortunato - racconta - perché da minorenne sono stato accolto dalle istituzioni italiane. Sono stato ospitato in una casa famiglia del Comune di Livorno». Rexhep inizia a frequentare corsi d'italiano e impara la nostra lingua. Si rimette a studiare, riprendendo il percorso da dove lo aveva lasciato in Albania. Termina con successo le scuole superiori. Adesso frequenta il corso di scienze politiche e internazionali all'università di Pisa. «Nel frattempo ho iniziato a lavorare - prosegue - Nel 2006 sono entrato alla Cgil. Avevo già svolto un'attività a fianco della comunità albanese. Poi ho cominciato a occuparmi ufficialmente dei lavoratori immigrati».

Rexhep oggi è un sindacalista della Cgil e segue da vicino anche alcune specifiche categorie, come quella degli edili, caratterizzata da un alto numero di lavoratori stranieri. Ha una compagna, albanese come lui, mentre i suoi genitori sono rimasti nel paese natale.

Ieri ha scherzato paragonando la cerimonia per la cittadinanza "al mio primo matrimonio, con la Repubblica italiana". Dietro a una battuta, c'è in realtà una forte motivazione sociale. "Con questa iniziativa - spiega - lancio un messaggio. La cittadinanza per un immigrato non è solo una firma su un pezzo di carta, ma è una conquista sociale. Essere riconosciuto cittadino italiano non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. È grazie all'Italia che sono l'uomo che sono».

Giorgio Carlini

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di Redazione web