Il dolore
Cuore amaranto, come sei Identikit in forma di flash
Valanga di 240 definizioni per l’autoritratto della città: c’è tempo fino a domani Poi la giuria al lavoro per selezionare 10 frasi da proporre al vostro giudizio web
LIVORNO. Sara gioca con i paradossi che sono la quintessenza del cuor labronico e dipinge i livornesi come «finti milanesi dall'animo partenopeo». E' un sentiero sul quale si incammina Amarcord49 perché ok «parlare male di Livorno, ma guai se lo fanno gli altri (i pisani soprattutto)» oppure «dichiararsi atei ma andare a Montenero a chiedere la grazia». Giancarlo l'amarcord lo riempie di rimpianto («bel ricordo quando al Calambrone avevo la baracca e mi godevo il mare tutto il giorno, pescavo cucinavo mangiavo e bevevo con poche lire: bei tempi ciaoooo»). A prestar fede a Enrico Bianchi, che fa il surf sulla rima, «la livornesità si compendia nella legge dell epistemologo prof. Tonci: potta,bui di ulo e ponci».
Questi quattro flash non sono che un pizzicotto della valanga di suggestioni, immagini, sfottò autoironici, tic che hanno invaso il nostro sito web per l’iniziativa indetta dal Comitato Livornesità per il Catalogo delle definizioni. A poche ore dal termine del 15 maggio, sono 241 i messaggi arrivati – non pochi in foto – per azzardare una definizione stringatissima, in non più di 150 battute, di quel che rappresenta più schiettamente l’identikit di noialtri.
Da mercoledì al 30 maggio la giuria – composta da un esponente del Comitato Livornesità, un rappresentante del Tirreno e una figura che dia voce al mondo culturale cittadino – farà la selezione delle dieci definizioni da portare alla finalissima. E sulle quali chiedere il giudizio del popolo del web nel periodo che va dal 1° al 15 giugno. Con un doppio premio: 200 euro per il vincitore scelto a furor di internauti, altri 200 invece per la definizione scelta direttamente dalla giuria.
C’è chi, come Mauro Bacci, vece nel cacciucco «il “meltin’ pot” di livornesità» e chi, come Andreaa, utilizza Livorno come un doppio acronimo per sventagliare immagini: «Lottare lodarsi indisponente ironico veritiero vuoto originale orgoglioso rumoroso romantico numeroso narcisista onnisciente organizzato». Intanto Gabriele torna a inzuppare nell’amore-odio per i “cugini” che stanno all’ombra della Torre Pendente («Livornesità : boia deh un mi viene mia nulla. Pisanità: mi vien voglia di scrive du parole sole...»). E in un altro flash aggiunge: «È la convinzione di essere invincibili derivante dalla certezza di essere sempre ribelli». Ma anche contraddittori al punto di rivendicarlo, se è vero quel che dice Antonino: «Livornese è chiamare il proprio figlio di 12 anni ir mi ometto, mentre a 40 anni chiamarlo ir mi bimbo, è andare in giro col piumino e l' infradito». Roberto Lo Schiavo l’identikit lo disegna così: «Il livornese sa cos'è il 5e5, chi era Gigiballa,perché si dice “sei da ottavo”, chi era la Sitrì, chi era Mario der Ri'overo e dov'è Ir Civili».
Paola Mini va in rima baciata: «Sbruffone maledetto, che tiene cuor d'eterno giovinetto». Qualcosa del genere vale anche per Paola Pignone: «Sfacciatamente vanaglorioso,non rispetta le regole, non parla vocia, non mangia s’ingozza: col collare d’oro si crede un ganzo di bua». E se a Alessia bastano come nella canzone solo tre parole («scogli, sole e boia dé»), Cecilia infilza con ironia questa passione tutta labronica («Ir tipico livornese appena esce un poino di sole e se ne va a Calafuria»).
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