Il Tirreno

Livorno

Molotov a Equitalia, un’unica strategia

di Federico Lazzotti
Molotov a Equitalia, un’unica strategia

Commando attacca la sede di Livorno con due bombe incendiarie. Una testimone: li ho visti fuggire. Legami con gli altri attentati in Italia

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LIVORNO. Otto persone si muovono attorno alla sede livornese di Equitalia, la maggior parte di loro ha il volto scoperto, altri, indossano cappelli o cappucci. L’ultima cellula criminale ad aver attaccato l’Agenzia di riscossione da nord a sud del Paese, lancia due bombe molotov e un petardo attraverso le maglie della saracinesca che dà sull’ingresso. Sono pronti a dare fuoco anche a un paio di lenzuola imbevute di benzina che hanno appeso alle finestre sull’altro lato dell’edificio. Poi qualcosa va storto e il piano salta.

Le luci delle case che si affacciano su via Indipendenza, una strada del centro che corre tra i palazzi parallela ai fossi e porta verso il mare, cominciano ad accendersi e le finestre ad aprirsi, anche se sono passate le quattro del mattino.

«Ho sentito delle grida – racconta una signora sulla cinquantina che abita nella zona – ho visto l’incendio avvolgere l’ufficio e quattro persone fuggire a piedi: due verso la piazza e gli altri per il centro. Erano tutti a volto scoperto».

È sovrapponendo le immagini registrate da una telecamera rivolta verso l’ingresso dell’Agenzia con i racconti dei residenti e le tracce, anche quelle su Internet, che gli inquirenti, coordinati dalla Direzione distrettuale Antimafia di Firenze, stanno cercando di risalire al commando di «origine anarchico antagonista» che la notte scorsa ha compiuto l’ennesimo attentato nei confronti di Equitalia.

«I danni – spiegano dalla Questura di Livorno – sono stati minimi, ma il fatto è grave». Anche perché dei tre ordigni, le molotov ricavate da due bottiglie di birra, soltanto una è esplosa, mentre gli altri sono nelle mani della scientifica per isolare impronte e tracce biologiche.

Di una cosa gli inquirenti sembrano essere certi: c’è un filo, non si sa quanto rosso, che lega gli attacchi a ripetizione avvenuti negli ultimi mesi in tutta Italia nei confronti dell’Agenzia e che negli ultimi giorni si sono intensificati. A partire dal pacco bomba, anche se inoffensivo, spedito alla direzione generale di Equitalia a Roma venerdì, alle contestazioni davanti alla sede di Napoli e ai volantini siglati Br apparsi a Legnano, in provincia di Milano.

L’ipotesi degli investigatori, che domani si ritroveranno per fare il punto, è che esista una mente che ha lanciato l’ordine e adesso le varie cellule sparse per l’Italia si siano messe in moto. Ecco perché ci sono dei dubbi sulla paternità delle scritte in rosso come «Lotta continua» ed «Equitalia boia» trovate sulla facciata al numero 71.

La dissociazione di Lotta continua. E sull'episodio di Livorno arriva anche la presa di distanza della rete delle redazioni di Lotta continua, periodico registrato a Torino: "l'editore e la Direttrice del mensile - si legge in un comunicato - intendono chiarire che il loro modo di fare politica, è ben distante, da episodi quale l'attentato subito dalla sede di Equitalia di Livorno, nella notte tra l'11 e il 12 maggio, e in cui è stata tracciata, su un muro, la scritta "lotta continua. Il nostro modo di fare politica, per noi significa ritornare sui luoghi della lotta di classe, fare inchiesta e conricerca per raccogliere “l’esperienza neoproletaria”, dare voce ai movimenti reali, ricercare il comune nella molteplicità, interpretare i segni che possono indicarci i punti da cui ripartire. Riteniamo che la giusta contestazione del ruolo di Equitalia da parte dei movimenti sociali, in questo momento di grave difficoltà economica per molti neoproletari, non debba degenerare in episodi che possano essere presi a pretesto per criminalizzare chi si batte contro le scelte portate avanti dal governo Monti e dalla Bce".

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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