La protesta
Impianto per i rifiuti liquidi, Lonzi ora punta sul Biscottino
Ma in Provincia nella commissione guidata da Ceccantini (Pd) perplessità anche dentro la maggioranza Bogi (Idv): sicuri che l’area è adatta? L’assessore: forse non diremo sì a tutto quel che vuole l’azienda
LIVORNO. Da deposito a impianto di trattamento di rifiuti liquidi. E' la proposta avanzata dalla Lonzi Metalli: l’impresa livornese si è detta interessata a riattivare un'area di circa 8mila metri quadrati in località Biscottino, gestita prima dalla società Ecoetrusca e poi, fino al 2003, dalla Ecomar Italia.
Costeggiata dall'Arnaccio e a due passi dallo Scolmatore, per la vasta area ora al centro dell’attenzione la Lonzi Metalli propone una riqualificazione che prevede il riutilizzo di strutture già esistenti: una palazzina da adibire ad uffici e a laboratorio chimico, due bacini di contenimento (uno da adibire a deposito in 10 serbatoi, l'altro a sezione di trattamento chimico, fisico e biologico dei rifiuti) e una platea in cemento armato. Sono previste installazioni ex novo di diverse tettoie in corrispondenza delle aree operative.
La proposta è arrivata prima sul tavolo del Comune di Collesalvetti e l’altra mattina è approdata in commissione ambiente alla Provincia.
«E' una proposta – precisa Loris Ceccanti, responsabile ufficio industria e ambiente – e siamo in una fase iniziale di valutazione: non è ancora stata fatta l'istruttoria. Pertanto le valutazioni non possono dirsi concluse, né l'Arpat né altri enti hanno espresso il parere».
Secondo la proposta avanzata dalla Lonzi le tipologie di rifiuti liquidi in ingresso all'impianto sarebbero di tipo "speciale" suddivisi in pericolosi e non pericolosi: dalle acque di attività industriali e artigianali, ai percolati di discarica, agli acidi e basi esausti fino ai fanghi di espurgo di fosse settiche e fanghi liquidi inorganici da disidratare per un totale di circa 150 codici da inserire nel ciclo produttivo. Oltre 92mila tonnellate annue di rifiuti liquidi in ingresso da tradurre in flussi di uscita annui pari a 53mila tonnellate di acque depurate, 38mila in effluenti pretrattati, 2mila di fanghi disidratati e 270 di sabbie.
La società mette l'accento sulle ricadute positive che l'impianto potrebbe avere sul territorio: «Il recupero e la riqualificazione di attuali strutture in stato di abbandono, l'adozione di misure atte a non disperdere nell'ambiente sostanze inquinanti con monitoraggio costante, non interferire o alterare la qualità della vita degli agglomerati urbani limitrofi». E poi le ricadute occupazionali: si parla di 8-10 unità occupate direttamente e altrettante previste nell'indotto.
E la terza commissione, presieduta da Antonio Ceccantini (Pd), come l’ha presa? Perplessità e preoccupazione: condivise in modo trasversale dalla maggior parte consiglieri, nonostante si tratti di un progetto ancora da sottoporre alle procedure di valutazione. A far suonare il primo campanello d'allarme è stato Luca Bogi (Idv): «Mi chiedo se l'area, che fino a poco tempo fa era adibita a deposito, sia adatta ad accogliere un vero e proprio impianto di trattamento rifiuti». Dubbioso anche Alessandro Corsinovi (Pdl) che azzarda un parallelo con la discarica del Limoncino. «Siamo sicuri che l'area sia adatta? E soprattutto servono delucidazioni sull'impatto ambientale: c'è il rischio di emissione nocive?».
Preoccupato pure Silvio Lami (Federazione della Sinistra), che auspica un «percorso serio di selezione del tipo di rifiuti da trattare». A concludere il dibattito è il presidente Ceccantini che chiarisce: «In passato è accaduto che ci siano state delle accelerazioni in valutazioni che richiedevano maggior approfondimento».
Tiene il punto, controbattendo ai dubbi dei consiglieri, l'assessore Nicola Nista: «E' possibile che quello che chiede la società proponente non venga accolto totalmente nell'istruttoria».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google