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Nel sito di Monteburrone anche fanghi inquinanti
Nell’area erano previsti solo un ripristino ambientale e la messa in sicurezza ma le verifiche della Forestale dimostrano attività di cava e vendita degli inerti
LIVORNO. Sarebbero finiti anche fanghi inquinanti nel sito di Monteburrone, sul viale del Tirreno a Montenero. L’area era destinata a un intervento di ripristino ambientale e di messa in sicurezza. Ma secondo la Forestale questa era solo una “scusa” per riattivare l’ex cava e smaltirvi all’interno fanghi inquinanti e detriti provenienti da vari cantieri della città. Inoltre, secondo gli investigatori, lo scopo era anche sfruttare il sito con una vera e propria attività di cava: scavare per ricavare inerti da vendere. E questo è proprio quello che si sarebbe verificato all’interno del sito, prima che gli agenti della Forestale apponessero i sigilli, lo scorso febbraio. Secondo quanto emerso, sarebbero stati scavati oltre 10mila metri cubi di materiale poi messo in vendita. Tutto ciò, secondo gli inquirenti, sarebbe avvenuto tramite accordi tra gli imprenditori coinvolti nel giro dell’ex cava.
Tutto è nato quando nel marzo 2006 il proprietario dell’area, Antonio Canaccini, ha chiesto in Comune di poter mettere in sicurezza il sito tramite l’eliminazione del muro di contenimento del piazzale, di terreni e di uno sperone di roccia considerato pericolante. Come gli stessi uffici del Comune avevano autorizzato nel 2006 e poi nel 2008, il ripristino ambientale del sito di Monteburrone sarebbe dovuto avvenire attraverso due fasi: la messa in sicurezza e il riequilibrio dei costi di ripristino mediante una piccola attività estrattiva e il riempimento dello scavo, fino allo stato originario, solo attraverso scavi provenienti dall’amministrazione comunale e catalogati come “sottoprodotti” (inerti per così dire nobili e non inquinanti), per un totale di 50mila metri cubi. Il primo intervento- quello della messa in sicurezza - non sarebbe stato sottoposto a valutazione di impatto ambientale, al contrario del secondo. L’atto era stato comunicato dal Comune (per i relativi controlli di competenza) a Forestale, Arpat e Vigili. Solo che questo progetto iniziale, secondo la Procura, non sarebbe stato rispettato dalle persone coinvolte nell’attività del sito. L’attenzione della Forestale, in particolare, s’è concentrata oltre che sul proprietario Antonio Canaccini, anche sul gestore dei lavori, Gaetano Bellabarba & C, e sul direttore dei lavori Marco Del Rio. In pratica la messa in sicurezza e il ripristino ambientale sarebbero stati solo l’occasione per poter smaltire all’interno dell’ex cava non sottoprodotti, come previsto nelle autorizzaizoni comunali, bensì materiali anche inquinanti. E quanto all’escavazione, se da un lato il Comune aveva autorizzato una modesta attività estrattiva dall’altro, secondo la Forestale, quel materiale scavato non poteva essere venduto. Dopo gli accertamenti del Nucleo investigativo della Forestale guidato da Davide Ciccarelli, e dopo le analisi dell’Arpat, la pm Antonella Tenerani ha nominato due consulenti per fare delle perizie. Nei giorni scorsi, a seguito dei risultati presentati dai due tecnici, la magistratura ha deciso di approfondire eventuali responsabilità legate alle autorizzazioni comunali rispetto all’attività del sito. Le verifiche sono ancora in corso.
Lara Loreti
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