Il Tirreno

Livorno

Da poliziotto a barbone, la triste storia di “Sergino”

LIVORNO. Sergino è un senzatetto, un uomo ai margini che vive di vino e di continui ricoveri ospedalieri, che lui rifiuta con tutte le sue forze, quando non sono coatti. Un caso umano e sociale. È il...

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LIVORNO. Sergino è un senzatetto, un uomo ai margini che vive di vino e di continui ricoveri ospedalieri, che lui rifiuta con tutte le sue forze, quando non sono coatti. Un caso umano e sociale. È il nostro Zorro, un eremita sul marciapiede, per dirla come Margaret Mazzantini, nel suo libro del 2004 in cui affronta il tema dei barboni.

Zorro viaggiava a vino e cipolle, vagabondando sui marciapiedi della sua città e sulle pagine del best seller della Mazzantini. Sergino invece ha un piede in necrosi e si sposta sulle carrozzine che recupera in pronto soccorso quando viene preso dai soccorritori delle ambulanze inviati ogni volta dai pazienti e consapevoli operatori del 118. Un giorno sì e uno no. Gli ultimi due interventi ci sono stati domenica sera e ieri mattina.

Dall’inizio dell’anno, Sergino ha effettuato una quarantina di accessi registrati al triage del pronto soccorso. Un numero particolarmente significativo se si pensa che oltre tutto, per oltre e un mese e mezzo, il clochard è stato ricoverato al Pascoli. Uno dei pochi periodi in cui Sergino ha accettato di essere curato. Già perché chi lo conosce può testimoniare che la sua volontà è quella di annientarsi. Etilista e con seri problemi di deambulazione, Sergino è un ex guardia penitenziaria e ha appena 55 anni di cui gli ultimi 4-5 trascorsi a bere e distruggersi in strada, in zona piazza Damiano Chiesa.

Un caso sociale: spesso perde coscienza per via dell’alcol e viene ritrovato sdraiato per terra. L’ambulanza lo soccorre in continuazione, risultando quindi occupata per altri servizi. Si creano disagi anche nella sala d’attesa del triage per la difficile convivenza con gli altri pazienti. Senza contare l’impiego di carrozzine che di fatto risultano rubate. Di lui si sono interessati in tanti, ma nessuno l’ha preso in carico. Il suo caso è costantemente seguito dalla polizia dell’ospedale, che lo ha segnalato all’Asl e ai servizi sociali. La sua storia è finita anche in Procura: alla magistratura già da settembre s’è rivolto il primario del pronto soccorso, Mauro Pratesi, che ha seguito personalmente la vicenda. «Ho scritto alla Procura per segnalare il caso umano e le condizioni sanitarie e sociali a dir poco precarie. E se dovesse scapparci il morto? Probabilmente verrebbe accusata l’Asl, e invece l’unica cosa che è stata in grado di offrirgli questa città è proprio l’accoglienza in ospedale». Insomma, nessuno vuole farsi carico fino in fondo di Sergino. Eppure, come scrive la Mazzantini, «i barboni sono come certi cani, ti guardano e vedi la tua faccia che ti sta guardando (...) Quella faccia affamata e sparuta che avresti potuto avere se il tuo spicchio di mondo non ti avesse accolto. Perché in ogni vita ce n’è almeno un’altra».

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di Redazione web