Toscana
«Vai e svuota la cassaforte», ecco l’intercettazione che ha fatto arrestare Doveri
La telefonata con un collaboratore prima di lasciare l’Italia fa scattare il fermo In carcere per favoreggiamento anche il tuttofare che si occupa del campeggio
LIVORNO. «Vai al campeggio e svuota la cassaforte». È la sera di venerdì 20 aprile e la Finanza ha appena compiuto una ventina di sequestri e perquisizioni all’interno degli immobili – in primis la villa di via Montebello – e negli uffici che fanno riferimento alla Turmar srl, la holding attraverso la quale Giuseppe “Beppe” Doveri, 64 anni, controlla i suoi beni.
L’imprenditore due giorni dopo ha in programma un viaggio in Giordania, ma qualche ora prima di lasciare il Paese – secondo gli investigatori – chiama i suoi collaboratori più stretti per dargli alcune indicazioni su come muoversi e soprattutto su che cosa fare in sua assenza. Perché tanta fretta? Che cosa c’è dentro a quella cassaforte da fare sparire?
È all’interno di queste conversazioni, intercettate e contenute nelle quarantadue pagine dell’ordinanza di custodia cautelare, che si manifesterebbe «in modo evidente» il pericolo di inquinamento delle prove e la possibilità che il reato possa essere ripetuto.
È il quadro probatorio a spingere il pubblico ministero Luca Masini che conduce le indagini a chiedere il fermo di Doveri, convalidato ieri mattina dal giudice per le indagini preliminari Antonio Pirato dopo oltre due ore di camera di consiglio.
«Bancarotta fraudolenta aggravata per milioni di euro e frode fiscale». Sono questi i reati che vengono contestati all’imprenditore, difeso dagli avvocati Massimo Girardi e Davide Lera, e portato in carcere domenica scorsa di ritorno in città dopo il viaggio all’estero. I finanzieri si sono presentati nella casa dove vive, nella zona di piazza Attias, e lo hanno trasferito alla Sughere.
Nei guai è finito anche il tuttofare di Doveri, Ferdinando Zullo, che per l’amministratore si occupa delle gestione del campeggio. Anche per lui, accusato di favoreggiamento, si sono aperte le porte del penitenziario e questa mattina a Pisa è in programma l’udienza di convalida nella quale sarà assistito dall’avvocato Francesca Pietracaprina.
L’indagine. L’inchiesta sul conto di Doveri – confermano gli inquirenti – sarebbe iniziata da un accertamento fiscale. Gli uomini delle Fiamme gialle avrebbero appurato, in un primo momento, una frode fiscale che sfiorerebbe i due milioni di euro. In questo quadro si inserisce anche la compravendita – considerata fittizia dai militari – della villa di via Montebello, tre piani di casa con piscina, avvenuta il 27 giugno del 2008. La ricostruzione degli investigatori parla di una messa in scena attraverso la quale l’imprenditore avrebbe intestato alla figlia Gianna, 38 anni, l’immobile «simulando la restituzione di un finanziamento che non sarebbe mai avvenuto». Dodici giorni fa la villa immersa nel quartiere di San Jacopo è stata sequestrata a garanzia dei debiti.
Ma è spulciando i conti della società, «in stato di crisi tra il 2006 e il 2009», che gli uomini del nucleo tributario avrebbero scoperto una fiscalità sospetta.
Per quanto trapela dagli inquirenti, infatti, la Turmar non avrebbe presentato i bilanci e addirittura non ci sarebbe traccia dei libri contabili. L’obiettivo – sempre secondo gli investigatori – sarebbe stato quello di «dilapidare gli attivi».
Ecco perché quando il pubblico ministero si è trovato di fronte a questi conti, si parla di debiti per oltre due milioni di euro, ha chiesto in prima persona l’istanza di fallimento, come prevede un articolo della legge fallimentare. È nell’applicazione di questa norma che il sostituto procuratore ha potuto avviare l’azione penale nei confronti dell’imprenditore.
«Ma se il fallimento non si concretizzasse – dicono gli addetti ai lavori – la situazione potrebbe cambiare radicalmente». I legali di Doveri per il momento non parlano. «Per prima cosa dobbiamo leggere con attenzione l’ordinanza visto che ci è stata consegnata soltanto poche ore prima dell’udienza».
L’ultima immagine del’imprenditore è quella di un uomo abbronzato con una camicia di lino chiara che esce dalla porta posteriore del Tribunale, mentre parenti e amici aspettano dall’altro lato della strada.
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