Gioco
«Resto presidente o vado in tribunale»
Romano (Idv) scrive ai capigruppo: illegittimo discutere la mozione di sfiducia
LIVORNO. «Sono costretto a respingere la mozione di sfiducia nei miei confronti e se sarà necessario mi rivolgerò all'autorità giudiziaria amministrativa, civile e penale per difendere ogni mio diritto di consigliere comunale eletto democraticamente». Si inasprisce il caso della presidenza della sesta commissione che il Pd, con una mozione firmata in testa dal capogruppo Massimo Gulì, vuole togliere al dipietrista Andrea Romano.
La mozione è arrivata all’indomani del benservito rifilato ai dipietristi in giunta, con il ritiro delle deleghe all’ex vicesindaco Luca Bogi. Ieri Romano ha scritto una lettera al presidente del consiglio, Enrico Bianchi, e a tutti i capigruppo comunicando che non ha alcuna intenzione di mettere ai voti la mozione e che se necessario correrà in tribunale.
Il presidente snocciola una serie di articoli del regolamento, sottolineando che tecnicamente «Idv non è fuori dalla maggioranza», come riportato dalla mozione oggetto dello scontro, «perché come la lista "Livorno Città aperta” ha sostenuto e permesso l’elezione a sindaco di Cosimi».
«L'atto – continua – assume come premessa determinante il fatto che la presidenza delle commissioni permanenti, tranne quelle di garanzia e controllo, dovrebbe essere prerogativa di consiglieri appartenenti a gruppi di maggioranza. A parte il fatto che il gruppo Idv va considerato di maggioranza, tale norma non trova riscontro in alcun articolo del regolamento, che si limita a indicare una riserva per le presidenze delle commissioni I e II (controllo e garanzia) a favore di gruppi facenti parte di coalizioni che hanno espresso candidati sindaci diversi da quello eletto».
In più «nel regolamento e nello statuto non è prevista la possibilità di sfiduciare i presidenti delle commissioni, tale facoltà è riservata solo all’assemblea plenaria del consiglio e solo nei confronti dei membri dell'ufficio di presidenza».
La polemica tutta politica va così avanti a colpi tecnicismi e regolamenti. «Neanche l'articolo 22 del regolamento che elenca puntualmente le competenze delle commissioni consiliari – rincara Romano – prevede la possibilità di discutere e votare in commissione qualsivoglia mozione di sfiducia nei confronti di presidenti, vicepresidenti, assessori e via elencando».
Ecco perché «mi trovo costretto a respingere l'assegnazione della mozione in oggetto alla sesta commissione permanente, riservandomi in futuro la possibilità di chiedere di fornire un parere vincolante della conferenza dei capigruppo sull'interpretazione del regolamento, reso ai sensi dell'articolo 2, espresso cioè col voto favorevole dei 4/5 dei componenti». «Oltre ovviamente – avverte – alla possibilità di rivolgermi all'autorità giudiziaria amministrativa, civile e penale per la difesa di ogni mio diritto di consigliere comunale eletto democraticamente». Tradotto: signori, vi porto in tribunale.
La lettera si chiude con un appello pungente a Bianchi («confidando nella sua figura di garante dei diritti di ogni consigliere, che non possono essere piegati alle volontà e alle convenienze di parte, le porgo i miei più cordiali saluti») e un «Dr Romano, presidente della sesta commissione». Giusto per rimarcare il concetto.
Il presidente del consiglio ha ricevuto la lettera ieri e a quanto risulta passerà la grana amministrativa al segretario generale, Antonio Salonia, per presentare ai capigruppo il parere degli uffici. La grana politica, però, resta. E per quella non c’è articolo di regolamento che tenga. (j.g.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google