Il Tirreno

Livorno

Le carte riservate del Pci adesso hanno trovato casa

di Mauro Zucchelli
Le carte riservate del Pci adesso hanno trovato casa

Mozioni, dossier interni, appunti e lettere: ma negli archivi finalmente sistemati c’è anche qualche silenzio che grida più di mille voci. E anche una foto gossip

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LIVORNO. In mezzo alle “pizze” di vecchi filmati e ai faldoni con le lettere del segretario della federazione ai dissidenti del “Mani- festo”, i verbali delle riunioni del comitato federale in vista delle elezioni, le relazioni interne per i congressi di sezione e chissà cos’altro, spunta una vecchia immagine.

È una foto di gruppo in esterno rurale: c’è Umberto Comi, direttore della “Gazzetta di Livorno”, c’è Concetto Marchesi, l’illustre latinista diventato deputato comunista, c’è Ilio Barontini, il comandante-mito dei partigiani antifascisti ad ogni latitudine. Ma soprattutto ci sono loro due: Palmiro Togliatti e Nilde Iotti, il capo del più grande Partito comunista dell'Occidente e la ragazza con cui ha una relazione osteggiata dalla nomenklatura “rossa” del Pci.

Nella foto lui sembra non avere occhi che per lei. E se la mano anonima di un militante segna «fine anni 50 o primi anni 60» per datare lo scatto, bisogna accorgersi che al momento del “clic” davanti all’obiettivo figura, appunto, anche Ilio Barontini così come alle spalle del Migliore compare Otello Frangioni, responsabile organizzativo della federazione: non può essere né il ’59 né il ’61 perché nel gennaio ’51 Barontini e Frangioni moriranno in un incidente stradale insieme ad un altro esponente comunista livornese (Leonardo Leonardi, responsabile della formazione quadri), giusto dopo le cerimonie del 30º anniversario della fondazione del partito.

Colpa forse di un residuo di quella refrattarietà del partito ad ammettere che la love story fosse già in corso nei giorni in cui Togliatti venne colpito dalle pistolettate dello studente Pallante. No, come raccontiamo nelle pagine nazionali, si era nell'autunno ’49.

Ma non c’è ovviamente solo questa sorta di foto-gossip – che peraltro di quel che il Pci fu racconta più di quanto si immagini – dentro le carte dell'archivio del Partito comunista che adesso sono state affidate agli armadi dell'Istoreco, l'Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea di Livorno, da poco trasferito in via dell'Ambrogiana a un passo da Villa Henderson.

«C'è anche qualcosa che salta agli occhi perché non c'è», dice Catia Sonetti, direttore dell'istituto. Cosa? «Livorno è stata, con Torino e Perugia, una delle pochissime città in cui la Cgil si schierò con lo sciopero contro i carri armati sovietici in Ungheria. Nell'archivio non c'è neanche una riga eppure si sa che c'è stato», avverte Sonetti. E Laura Bandini, presidente dell'Istoreco, conferma: «Certo che me lo ricordo, noi studenti del Classico uscimmo tutti di scuola, l'iniziativa era della Cgil». Di nuovo Sonetti: «La linea del leader Cgil Di Vittorio – spiega – venne sconfessata dal segretario del Pci Togliatti. Uno scontro mai esistito secondo gli archivi: ma i silenzi, eccome se parlano».

Del mal di pancia che attraversò il Pci per l'invasione dell'Ungheria c'è però un fascicolo: c'è la lettera di dimissioni di Diaz («peraltro un po' edulcorata»). Ma – aggiunge Bandini – non ci sono le dimissioni di Stoppa, uno strappo che «mise a nudo il malcontento di tutta quella parte del partito che non aveva radici operaie».

L'identikit delle carte dice molte cose su quel che era il partito. Soprattutto se si sa leggere fra riga e riga, fra pagina e pagina. Racconta le epurazioni del dopoguerra e perfino i tentativi di qualche fascista, magari non delle primissime file, di rifarsi una verginità bussando all'uscio comunista. Racconta di quanto poco amasse lasciar testimonianza scritta una generazione di dirigenti comunisti che se talvolta aveva familiarità più con la fabbrica che con la grammatica, più spesso aveva interiorizzato negli anni della clandestinità durante il fascismo che non era prudente lasciare in giro fogli compromettenti. Dagli anni '70 i quadri dirigenti si fanno più scolarizzati e la guerra fredda c'è ancora sì, però...

Idem per le foto: anzi, se possibile l'attenzione pignola a non lasciar troppe tracce di sé era una precauzione che vale anche nel dopoguerra.

«In questi faldoni – dice Sonetti – si può trovare anche qualcosa che ora ci sorprende: è uno sforzo collettivo di analisi socioeconomica della città che accompagna tutto l'arco di tempo che va dal dopoguerra agli anni '70. Ci meraviglia perché l'elaborazione è di una sorta di “intellettuale collettivo”: sezioni, cellule, gruppi che costruiscono un'analisi assai ricca dei dati economici. Basandosi sull'esperienza di vita e sul proprio radicamento sociale, non affidandosi a un intellettuale illuminato, come accadrebbe oggi, o a un istituto di ricerca come il Censis oppure a una società di sondaggi demoscopici. I dati elettorali erano vivisezionati: un'attenzione quasi paranoica».

Nel susseguirsi di denominazioni, sigle, dirigenti e sedi c’era il rischio che finisse semplicemente in qualche cantina o in un garage, questa valanga di carte che dà conto dall’interno – anche con i silenzi, appunto – di cosa è stato il Partito comunista in una città simbolo e in una federazione che ha sempre avuto un identikit particolare nella geografia della “falce & martello”. «Queste carte arrivano da un rincorrersi di traslochi: figurarsi che qualcosa era conservato all’umido in sacchi della spazzatura...».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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