Gioco
L'ex vigile capellone: "Voglio andare in carcere"
Giampaolo Cardosi, ormai quasi settantenne, “dorme” su una sedia all’ospedale Dichiarato innocente dopo una odissea di 19 anni che gli ha distrutto la vita
LIVORNO. «Dalla perdita della mia casa dormo seduto su una sedia dei locali del pronto soccorso dell'ospedale con ulteriori gravi problemi di circolazione (piedi doloranti e gonfi): con pericolose infermità, non potendo stendermi a questa età su un letto. Per i motivi di cui sopra, rivolgo alla Ss. Vv. rispettosa istanza di carcerazione». È un cazzotto nel cuore leggere la formale istanza con cui Giampaolo Cardosi bussa alle porte della Giustizia – di quella giustizia che non gli è mai stata resa – per l'ultimo paradosso: avete detto voi che sono innocente, ma vi chiedo di mettetemi in carcere così almeno potrò dormire in pace.
Lo dice ormai alle soglie dei settant'anni, e con la chioma ancor più lunga di quando era per tutti i livornesi il “vigile capellone”: perfino troppo severo, ma di sicuro fuori sagoma rispetto ai canoni dettati dai superiori. Lo dice a distanza di una vita da quel giorno dell'agosto '99 in cui è stato dichiarato definitivamente innocente, al termine di una incredibile odissea giudiziaria che per venire a capo di un furto da niente ha impiegato 19 anni e addirittura quattro interventi della Cassazione.
Cardosi lo ripete usando – ed è il paradosso nel paradosso – quel linguaggio un po’ poliziottesco e un po’ burocratese per cui la richiesta di esser sbattuto in galera si accompagna alla «speranza che la presente istanza trovi nella Ss. Vv. benevola accoglienza», ragion per cui «anticipatamente ringrazio e porgo deferenti e ossequi saluti».
È stato lui a portarne copia al Tirreno, dopo averla depositata «il 28 aprile 2012 ore 11,20 in Cancelleria ricezione atti», come annota pignolo.
In realtà, l'istanza è anche qualcos'altro: il grido di una persona che, ormai dichiarata grande invalida al 100%, sente di esser stata stritolata da una ingiustizia che ne ha gettato la vita sotto uno schiacciasassi.
E se adesso la protesta riguarda l'esecuzione immobiliare che gli ha tolto la casa che possedeva, questo è solo l'ultimo atto di un dramma umano che ruota tutto attorno a quel che è accaduto a cavallo fra il luglio '79 (la sua destituzione dal posto di lavoro come vigile urbano) e il novembre '80 (la condanna a 6 mesi di reclusione e 400mila lire di ammenda per furto pluriaggravato.
È una tempesta giudiziaria che travolge l’idea di fare un po’ il Serpico in casa nostrA e a distanza di tanti anni è stanco e innocente come Forrest Gump. È un uragano che travolge anche gli affetti più cari: la madre – come ripeterà spesso l’ex vigile raccontando la sua storia – muore praticamente di crepacuore, non esiste un risarcimento che gliela possa restituire.
La vita deraglia: campa mangiando alla Caritas ma non molla nella battaglia per vedersi riconoscere innocente e, successivamente, per ottenere di essere reintegrato in servizio dal Comune.
Gli portano via la casa per una storia di poche migliaia di euro di debiti condominali.
A quel punto, non resta che una esistenza ancor più da clochard: l’unica patria resta una sedia del pronto soccorso dell’ospedale. Ma l’attesa di sentirsi finalmente in pace con la giustizia è lunga, troppo lunga: e lui, nato a Chianni alla vigilia dell’8 settembre del ’43 che segnò lo sbriciolamento delle istituzioni di fronte alla guerra, ormai ha un’età che non regge ai piedi che si gonfiano.
I livornesi, come la pensano gliel’hanno detto in modo decisamente singolare: nell’anno del 150° anniversario dell’unità d’Italia, hanno tappezzato la città con il suo volto come quello dell’ultimo dei Mille.
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