Gioco
Da 5 anni aspetto che torni mio nipote
Il dolore di una famiglia a cui è stato sottratto un bimbo. Il padre si suicidò dopo che la moglie era scomparsa col figlio
LIVORNO. Il destino di Antonia somiglia a quello di Penelope: aspettare. Tessendo la tela del dolore. Un dramma senza fine, quello di una donna che in un colpo solo ha perso suo figlio, morto suicida a 31 anni, e suo nipotino di 2 anni e mezzo, sequestrato dalla madre e trapiantato in Usa dove vive con un presunto padre naturale. Da allora sono passati quasi cinque anni. Ma Antonia Spagnolo, insieme al marito Armando De Nicola, non s’è stancata di aspettare che il piccolo Daniel torni a casa. Crede nei miracoli, spera nella giustizia, ma soprattutto fa affidamento sulla sua forza d’animo. «Siamo distrutti - dice - Io non vivo, sopravvivo. Faccio la spesa, cucino, Non esco mai di casa. Attendo ogni giorno qualcosa che però non arriva mai. Io e mio marito continuiamo a lottare, a provare mille strade per cercare di riportare nostro nipote nella sua famiglia. Quella che l’ha visto nascere e che l’ha cresciuto e amato». Antonia ha cercato di contattare la madre del bimbo, inutilmente. Ha provato a sentire l’americano, presunto padre del piccolo: niente, lui non ne vuole sapere. «Ci siamo anche rivolti al comitato Troviamo i bambini, che poi però s’è sciolto - racconta - E ho scritto più volte al Governo. Ma per ora la giustizia non ha fatto molto per noi. Tutto fermo da anni».
La storia infinita. Tutto inizia nel novembre del 2007. Daniele De Nicola, 31 anni, operaio livornese di origine pugliese, è sposato con Daymara Perigo Collantes, cubana. I due si sono conosciuti in vacanza, poi lei s’è trasferita per amore in Italia. Hanno un figlio di due anni e mezzo. Una giovane coppia che si sta costruendo una casa nuova in via Chiellini. Ma non sono tutte rose e fiori: alla cubana Livorno sta stretta. E un giorno di metà novembre prende il bimbo Daniel e sparisce. Lasciando Daniele nella più totale disperazione. Il giovane lancia appelli attraverso i media. Affigge anche dei volantini in città. Passa una settimana, ma di Daymara e Daniel non ci sono tracce. Daniele non regge il colpo. E un giorno tra il 14 e il 15 novembre 2007 si chiude nell’appartamento nuovo e si toglie la vita impiccandosi. Uno shock enorme. È solo l’inizio di un calvario per i de Nicola. La notizia della scomparsa della cubana e del piccolo fa il giro del mondo. Il Paese si mobilita, il programma di Rai 3 Chi l’ha visto si dà da fare per contribuire a risolvere il caso.
Gli appelli. Antonia e Armando si rivolgono a tutti, anche al Governo. Sul caso indaga la squadra mobile della polizia di Livorno ed entra in gioco anche l’Interpol. Finché, qualche giorno dopo, la rivelazione da parte di un’amica della cubana: il bimbo potrebbe trovarsi in Usa. Giorno dopo giorno, il puzzle della vicenda si ricostruisce, pur lentamente. Ma ogni tesserina che si aggiunge è una pugnalata al cuore dei nonni De Nicola.
Daniel figlio di un altro? È l’inizio del 2008 quando si viene a sapere che Daniel ha viaggiato dall’Italia con un passaporto americano e che si trova a San Francisco. Ce l’ha portato un certo Jhonatan Harris, venuto in Italia insieme all’amico Christian Cummings. I due si sono incontrati a Firenze con Daymara che ha affidato loro il piccolo, ignaro Daniel. Harris sarebbe il padre del bimbo: ha esibito un test del Dna al console americano a Firenze e così ha ottenuto il via libera per portarlo via. I due statunitensi ripartono per San Francisco col piccolo, mentre la donna, pare per problemi di permesso di soggiorno, resta in Spagna dove vive tuttora. Tutti e tre sono indagati con l’accusa di sottrazione di minore.
Facebook e Governo. «Ma come è possibile che Daymara abbia lasciato suo figlio in mano di uno sconosciuto? - si chiede nonna Antonia - Ho cercato in tutti i modi di contattarla, anche tramite Facebook, ma lei ci ha bloccato». I nonni, già da gennaio 2008 hanno ottenuto l’affidamento del nipotino dal tribunale di Firenze. E spesso hanno cercato di mettersi in contatto con Harris, ma questi non ne vuole sapere. «L’unica cosa che ho saputo - dice la donna - è che il piccolo è seguito dai servizi sociali americani. A noi basterebbe solo sapere come sta, avere una foto nuova». Due mesi fa, Antonia ha scritto di nuovo al ministero di Giustizia e alla Farnesina: «Non mi arrendo, spero che qualcuno ci ascolti».
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