Il Tirreno

Livorno

Una famiglia vuole adottare la bambina abbandonata

Una famiglia vuole adottare la bambina abbandonata

Da due anni e mezzo la piccola vive in pediatria, costretta a letto da una malformazione cerebrale congenita. I genitori, due nomadi, l’hanno lasciata lì e il tribunale, dopo avergli tolto la patria potestà, ha affidato la minore a un tutore. Un anno fa una famiglia del nord aveva ottenuto l’affidamento ma motivi di salute hanno impedito che la pratica andasse in porto. Ora qualcun altro si è fatto vivo.

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di Giulio Corsi

C’è una famiglia che vuole adottare la sfortunata bambina che da due anni e mezzo vive in un lettino di pediatria, dopo essere stata abbandonata dai genitori alla nascita, costretta a letto da una malformazione cerebrale congenita. La conferma che la pratica sia davvero ad una svolta arriva dai servizi sociali della Società della salute. «Forse ci siamo», confida il coordinatore unico Susanna Malfanti.

Dietro quel “forse” c’è l’ultima verifica che sarà fatta a giorni sulla famiglia che si è detta disposta a prendere in affidamento la piccola. Ma c’è anche l’ennessimo colpo di sfortuna che qualche tempo fa è caduto sulla testa della bambina. E poi c’è il suo futuro, «la possibilità di vedere il cielo, il sole, il mare, di farsi accarezzare dal vento», come dice Malfanti. «Anche se - sottolinea - a pediatria le hanno dato una stanza luminosissima e le hanno regalato quell’affetto vero, sincero, che in tante famiglie di suoi coetanei che noi seguiamo, purtroppo non c’è».

In realtà la prima volta fuori da un ospedale, per la piccolina, poteva essere avvenuta già un anno fa. Una famiglia del nord Italia si era fatta avanti, aveva superato le verifiche dei servizi sociali, le verifiche del tribunale e aveva ottenuto l’affidamento. Il passaggio per la piccola era stato decisivo: con l’affidamento (e con la residenza di soccorso che precedentemente le aveva dato il Comune) le era stata assegnata una tessera sanitaria, essenziale per aver accesso a tutti i servizi medici e assistenziali riservati ai bambini italiani e di cui invece lei non aveva diritto. Ma al di là dell’enorme beneficio amministrativo, quel primo affidamento non è mai diventato concreto perché nel frattempo, all’interno di quella famiglia, sono sorti problemi di salute che hanno costretto quelli che potevano diventare i neogenitori della piccola a fare un passo indietro. E così la bimba è rimasta un altro anno nella sua stanzetta a pediatria.

Adesso un’altra possibilità all’orizzonte: un’altra famiglia del nord vogliosa di sbaciucchiare quel viso pacioccone e incrociare quegli occhietti vivi che a pediatria sorridono a tutti, di portarsela a casa, di darle un tetto e affetti normali, ma anche disposta ad affrontare quotidianamente, per sempre, la sua situazione di disagio fisico. «Stiamo aspettando che i servizi sociali della città in cui vive questa famiglia accertino i requisiti - spiega Malfanti -. I passaggi da quel lontano 2009 sono stati tanti, le difficoltà enormi. Dalle prime segnalazioni alla richiesta del tutore necessaria per il ricovero in altre strutture e per gli interventi operatori, dalla residenza di soccorso data dal Comune alla confusa normativa riguardante la concessione della tessera sanitaria, per cui abbiamo interpellato anche la Regione. Adesso, forse, siamo alla svolta».

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