Gioco
Schianto in scooter e otto anni di calvario Ora Sara è volata via
Si è spenta a 28 anni la ragazza caduta in Collinaia nel 2004 Con la famiglia ha girato i centri riabilitativi di mezza Europa
LIVORNO. È l’11 settembre del 2004. A San Siro si gioca Milan-Livorno: è il giorno del ritorno in serie A e delle bandane per prendere in giro Silvio che faranno il giro d’Italia. Tutti i «bimbi di piazzetta», quella di Ardenza, corrono in cima allo Stivale per non perdersi l’evento. Sara, invece, resta a Livorno con le «bimbe». Le sue «bimbe». Ha vent’anni. In programma c’è una serata tutta al femminile a Fortullino, in una roulotte di famiglia. Ma è tardi, la strada è buia, pericolosa, meglio trovarsi tutte a casa sua, alla Scopaia. Solo che sotto casa, quella sera, Sara non ci torna. Cade dallo scooter in via di Popogna, il padellino non la protegge, batte la testa sull’asfalto. Va in coma. È l’ultima sera della Festa dell’Uva, ma nessuno vede niente, nessuno sa dire cosa sia accaduto. La sua vita, la sua prima vita, si ferma qui.
Mercoledì sera - dopo quasi otto anni di operazioni, ospedali, centri di recupero, un calvario infinito misto a lampi di speranza - Sara Marini, 28 anni, ha chiuso per sempre gli occhi nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Livorno.
La sua è una storia fatta di speranza e di dolore. Fatta di amore: soprattutto quello della sorella Chiara che oggi ha 33 anni, di mamma Simonetta che al tempo dell’incidente gestiva una bottega di frutta e verdura in via Palestro, di babbo Mauro, da sempre commesso del Comune. Loro non si sono mai arresi. Tutto quello che potevano fare «per darle anche solo un giorno di vita in più» lo hanno fatto.
La lotta di Sara per la vita inizia un minuto dopo lo schianto. In ospedale, a Livorno, le fanno la prima di altre mille operazioni alla testa per cercare di salvarle la vita. Lei ce la fa. All’inizio non può parlare, non può camminare. Non può certo lavorare nel negozio di scarpe (una delle sue passioni) che l’ha assunta dopo il diploma al Cecioni e un piccolo assaggio di università. Ma è viva. Con la famiglia si sposta in un centro di recupero a Fontanellato, Parma. Migliora un po’: a momenti - racconta la sorella - è cosciente, parla, sembra rendersi conto di quello che sta vivendo. Ma nel giugno del 2005 ecco un’altra operazione. Qualcosa non va, problemi con le valvole, viene rioperata a Pisa, iniziano le infezioni. La situazione sembra ristabilirsi nel marzo del 2006, dopo un intervento al San Raffaele di Milano.
Per la famiglia di Sara - così come per molte altre famiglie che vivono la stessa situazione - i problemi si sommano alla paura, si incrociano con la speranza. «Metti il tuo caro al primo posto come è giusto che sia – ripete oggi Chiara – se hai un negozio lo vendi e non ti importa troppo di quanto riesci a recuperare, ti sposti di ospedale in ospedale, di città in città, cercando ospitalità dalle associazioni, dalle suore. Ci sono moltissime difficoltà pratiche e spesso nessuno che ti instrada, che ti consiglia».
Nel 2007 la famiglia livornese incontra la Fondazione Niccolò Galli che dopo altri guai (una brutta polmonite e un nuovo ricovero in rianimazione) l’aiuta a raggiungere centri di riabilitazione all’avanguardia in Austria e in Svizzera. Sara ci resta fino all’aprile del 2008. A Livorno, come ricorda la sorella, cresce la speranza: si vedono i miglioramenti, Sara è pronta a ripartire. Ma a complicare tutto ci si mette una maledetta appendicite: nuove infezioni, nuove operazioni. Negli ultimi due anni l’ospedale di Livorno - rianimazione e nefrologia - è diventato la sua casa. «Gli unici due reparti – chiude Chiara – dove Sara è stata davvero Sara. Non mi piace parlare di umanità, ma di professionalità: abbiamo incontrato medici e infermieri che ci sono stati vicini, che l’hanno rispettata, curata. È a loro che vogliamo dire grazie».
Stamani alle 11.15 gli amici e i parenti la saluteranno per l’ultima volta: prima alla camera mortuaria dell’ospedale, poi al cimitero della Misericordia. Le diranno ciao tenendo stretta la foto scattata al mare. Con i riccioli chiari, le fossette, il sorriso di sempre.
Quello che lo schianto non è riuscito a portarsi via.
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