Il Tirreno

Livorno

Qui nei fondali, riposa il marinaio di prima classe Sean Gillmore

Niccolò Tancredi

 

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Nato a Cork il 16 Marzo 1857
Morto in mare il 20 Gennaio 1882.
19 dicembre 1602.
Mi voltai lentamente verso il ponte: era zeppo di marinai, tutti indaffarati a correre ai propri posti prima della partenza. Dal cassero di poppa il comandante, un robusto e arcigno gentiluomo di Siviglia, osservava la scena scortato da un gruppo di ufficiali. Il timoniere superò il gruppetto e con i suoi due aiutanti andò a posizionarsi dietro la doppia ruota del timone, pronto a mettere sulla giusta rotta il San Vicente, non appena le sue enormi vele fossero comparse sugli alberi. A prua un folto gruppo di marinai sudava e sbuffava attorno all'argano, mentre la pesantissima ancora di piombo si disincagliava dal fondale corallino di San Domingo e scivolava lentamente verso la superficie.

La pittoresca città caraibica alle nostre spalle ci invitava a rimanere, come una sirena con il suo canto: i muri candidi del Forte, le pareti variopinte dei quartieri del porto, l'azzurro profondo del mare che si infrangeva contro la sabbia, i mille odori che giungevano addirittura fino a noi e le altre navi che ancora si ammucchiavano in porto. Avevo passato due settimane a terra per riprendermi dal lungo viaggio, ma erano trascorse troppo in fretta e in quel momento, mentre vedevo l'ancora salire e le vele spiegarsi, avrei desiderato con tutto il cuore essere ancora a terra.

Le ultime scialuppe piene di marinai abbordarono il San Vicente da tribordo, mentre i gabbiani si arrampicavano come scimmie lungo le sartie e raggiungevano le grosse vele quadre dell'albero maestro. Una dopo l'altra le vele si spiegavano al vento: i marinai tagliavano sartie, annodavano scotte e gli ufficiali sul cassero controllavano per l'ennesima volta la rotta con compasso e sestante. Quando tutto fu pronto, il comandante mosse pigramente una mano, a far segno a uno dei suoi subordinati di procedere. Lungo tutto il galeone risuonarono i tamburi, gli ultimi barili di rum e acqua furono issati a bordo e lentamente il goffo San Vicente iniziò a muoversi. Improvvisamente le vele si gonfiarono, il galeone prese tutto il vento e schizzò in avanti con un'agilità inaspettata. In pochi minuti uscì dalla rada di Santo Domingo e superò le ultime fortificazioni sulle punte boscose dell'isola. I cannoni dei forti spararono qualche salva di saluto e noi rispondemmo loro a dovere.

Le enormi vele quadre erano gonfie fino a scoppiare: il capitano aveva deciso di mettere velatura completa, per prendere bene il vento, che veniva di lasco, e andare alla via così il più a lungo possibile. Ciò significava spiegare tutte le vele della nave, ovvero ben ventuno: oltre alle quadre dell'albero maestro vi erano quelle del trinchetto, quello dell'albero di mezzana, la contromezzana e una latina, fiocco e controfiocco al bompresso, la randa a poppa, e la gabbia sopra la coffa. Con la velatura al completo e vento favorevole poteva arrivare a una ventina di nodi anche un'imbarcazione tozza e pesante come il San Vicente, velocità impressionante per una nave di quella stazza.

Un marinaio si arrampicò velocissimo lungo le sartie dell'albero di trinchetto e, giunto in cima, spiegò l'enorme bandiera spagnola che il comandante si era portato da Cadice. Erano tutti troppo impegnati per badare a me e così io mi ritirai nella mia piccola cabina, che si trovava proprio sotto quella del signor Fulgencio, il primo ufficiale. Per raggiungerla dovevo attraversare il primo e il secondo ponte e non era mai un'esperienza piacevole passare per i dormitori dell'equipaggio: i due ponti erano ambienti stretti e bui, illuminati solo da qualche minuscola fessura nella fiancata della nave. Erano ingombri di amache, barili sfasciati e bauli da marinaio, tutti accuratamente sigillati. A quest'ora del giorno non vi era nessuno, pochi marinai avevano il turno di riposo e la maggior parte rimaneva comunque sul ponte, al fresco, senza ispirare l'aria viziata e il puzzo dei dormitori.

La mia cabina era abbastanza lussuosa per un galeone come quello: al di fuori degli ufficiali e di qualche membro dell'equipaggio, che godeva del rispetto dei suoi superiori per la sua esperienza, pochissimi avevano l'onore di abitare in una cabina: perfino i capisquadra e i guardiamarina, che di solito avevano il privilegio di una camera privata, sul San Vicente erano costretti a spartire le loro cuccette con l'equipaggio, dormendo nel primo e nel secondo ponte. La mia cabina era piccola ma confortevole: almeno avevo un'amaca tutta per me. L'unico arredo consisteva nel mio grosso baule da viaggio, in cui custodivo tutti i miei, del resto pochi, beni terreni. Lo aprii e ne trassi un grosso volume rilegato in cuoio, che avevo comprato alcuni anni prima all'Avana: era un mio "diario di bordo" personale, in cui avevo annotato tutte le mie esperienze in mare da quando ero bambino a oggi.

Ne andavo particolarmente orgoglioso, e non appena tornato in Inghilterra, avrei voluto pubblicarlo. Vedevo già il titolo: "Sean Gillmore: Diario di Mare". Un urlo improvviso in coperta mi fece dimenticare per un momento l'Inghilterra e tornai di corsa sul ponte: uno dei marinai che erano di turno sul bompresso aveva perso l'equilibrio ed era caduto in mare. Il San Vicente non si fermò, il capitano sul cassero e lo stuolo di ufficiali attorno a lui osservarono per un attimo il disgraziato che si dibatteva fra le onde, poi distolsero lo sguardo annoiati. Il comandante mi notò in mezzo alla folla e subito mi apostrofò.
-Ah, senor Gillmore. La vedo bene, oggi. Vuole un po' di vino?
3 marzo 1801
Il capitano Pyle appoggiò la rosa dei venti sulla cartina. Alzò lo sguardo e chiamò con la mano un tenente di vascello, mostrandogli qualcosa sulla carta e svolgendo rapidamente un calcolo nautico. Il tenente annui e gli domandò qualcosa a bassa voce.
Il comandante era un uomo asciutto, che amava vivere sul ponte con i suoi marinai e che preferiva le privazioni della vita di mare ai lussi cittadini. Aveva portato la sua Enterprise dal canale di S. Giorgio alle Galapagos incontrando tre vascelli francesi e li aveva fatti a pezzi tutti e tre. Il suo coraggio e la sua abilità tattica erano leggendari, sia fra i suoi uomini che fra i Lord dell'Ammiragliato. Era forse l'uomo più dotato della Corona nell'intero emisfero australe, se si esclude Nelson.

E se lui era diventato leggendario, la sua nave lo era ancora di più: l'Enterprise era il vascello più veloce e più fortunato della terra: durante la sua lunga carriera era sopravvissuta a decine e decine di combattimenti contro i più disparati nemici: i vascelli francesi della Repubblica, poi gli spagnoli e i portoghesi, gli italiani di Murat e infine le potenti fregate messe in cantiere da Napoleone. Nelle grandi battaglie aveva sempre combattuto in prima linea al fianco dell'ammiraglia: era una veterana di Kamperduin e Aboukir, poi era stata inviata nel Pacifico per cercare di indebolirvi il traffico marittimo della Francia.

Era un brigantino esile e veloce, molto diverso dai grossi, tozzi e lenti galeoni di un secolo prima: nei cantieri si era scoperto come ottimizzare la leggerezza caratteristica di queste imbarcazioni con una velatura ridotta. La Enterprise ora montava solo un fiocco, la velatura completa di maestra, la randa di mezzana e la gabbia, e filava a venti o più nodi: la sua prua sottile spartiva le onde e i delfini rimanevano indietro.

Mi trovavo su quella nave ormai da un mese, in qualità di ufficiale medico. Il capitano Pyle mi aveva raccolto a Montevideo dopo che il chirurgo di bordo era morto di febbre gialla.

La maggior parte dei marinai era ora impegnata a sistemare alcune scotte della gabbia, e anche i cannonieri e i marinai di seconda classe erano saliti sul ponte a prendere un po' di sole. Solo il capitano e una decina di ufficiali rimanevano in cabina a consultare le carte nautiche: un grosso veliero francesce, probabilmente una fregata che scortava qualche mercantile disaramato, pochi giorni fa era stato avvistato dalla popolazione di un villaggio di pescatori brasiliani; secondo le informazioni del capitano Pyle, si trattava della Pomone, uno dei gioielli della flotta napoleonica. Il compito della fregata nemica era solcare le acque brasiliane in cerca di mercantili inglesi depredabili: era un robusto veliero, meno veloce ma meglio armato della Enterprise. Il capitano aveva un timore reverenziale per quel vascello: a Kamperduin aveva attaccato con violenza inaudita il centro dello schieramento inglese distruggendo due brigantini in pochi minuti.

"Ha i cannonieri migliori della Francia, signor Gillmore" ripeteva Pyle immerso nei suoi pensieri. "E' meglio armata e ha un equipaggio più esperto del nostro, non possiamo sconfiggerla, ma solo evitare un combattimento diretto". Ma lo scontro appariva inevitabile. Pyle tentò di ricavare più informazioni possibili dai pescatori che l'avevano avvistata l'ultima volta: sembrava che battesse bandiera francese, ma non erano sicuri. Pyle invece sì. Il suo timore della Pomone si faceva più grande di attimo in attimo. Nessuno dei suoi marinai lo aveva mai visto così ansioso. Ogni sera, prima di andare a dormire, convocava un'assemblea ufficiali nella sua cabina. Faceva disporre i suoi fucilieri in posizione di combattimento e faceva dormire i cannonieri accanto ai loro pezzi, in modo da poter reagire in fretta nel caso l'Enterprise venisse attaccata.

"Io la conosco, quella nave, ne ho studiato ogni minimo particolare, conosco l'ubicazione di ogni singolo pezzo d'artiglieria. Dopo Kamperduin, volevo essere pronto a misurarmi con lei e a colarla finalmente a picco: l'unico suo punto debole sono i lati del secondo ponte. Lì si trovano i cartocci di polvere da sparo. Colpendola laggiù potremmo appicare un incendio che si propagherebbe al falso ponte. Sono estremamente robuste queste fregate, maledette fortezze galleggianti: hanno una velatura tre volte la nostra e un armamento due volte superiore. In un combattimento avremmo sicuramente la peggio" mi raccontava due, tre volte al giorno. Ogni volta diventava più nervoso.

Il dodicesimo giorno dopo l'avvistamento della Pomone da parte dei pescatori brasiliani, o,meglio, la dodicesima notte, comparve la fregata francese. Io mi trovavo in coperta insieme a Pyle e a una mezza dozzina di marinai di guardia. Pyle la avvertì per primo, puntò un dito nella notte e con voce tombale sussurrò:

-Eccola, Gillmore. E' la' fuori, la sento.

I marina si guardavano nervosi, poi osservarono il buio che circondava la nave alla fonda e scossero la testa. Il capitano intanto continuava a scrutare la notte in cerca della fregata nemica. Dopo pochi minuti di questa ricerca si portò una mano al cuore e mi indicò qualcosa che avanzava nella nebbia. Un profilo enorme, irto di cannoni e sormontato da decine di vele, si avvicinava lentamente. Nessuno oltre a noi due l'aveva notata. Lentamente, l'enorme nave ci superò. Avvertimmo lo scafo della Enterprise che tremava sotto la spinta delle onde sollevate dalla prua della fregata francese, ma la nave nemica scompariva di nuovo nella notte.

Il capitano accanto a me mormorò:
-Che bella nave.
16 giugno 1896
-Signor Gillmore? Come mai è venuto da queste parti e soprattutto, come mai si è imbarcato sul Great Republic?
-Sa, signor Connor, non vedevo l'ora di tornare in mare. E poi, ho la sensazione di essere già stato su questa nave. Eppure non mi ricordo quando. Sembra strano, no?
-Lei soffre di amnesia o qualcosa del genere?
-No, signor Connor, nulla. Eppure, quando guardo quelle vele, mi viene voglia di salire sul pennone e dare una mano ai suoi marinai che lavorano lassù.
-Ah, su un clipper bello come questo, è naturale che le venga questa sensazione! E' un gioiello degli oceani, il nostro Great Republic, sa? E' un meraviglioso clipper del tè: ha fatto sessanta o più volte il tragitto da Hong Kong a Boston, e molte di più quello da Saigon a New York. E' un vero veterano del mestiere. Ma ha avuto anche tanta, tanta fortuna. Poco dopo il varo, scoppiò un grave incendio a bordo, e si temeva che affondasse poco dopo essere entrato in servizio. Invece qualcuno riuscì a salvarlo mentre ardeva come una torcia nel porto di New York, e il giorno dopo era di nuovo in cantiere. Ci sono volute più di seimila tonnellate di legno, pino e quercia, per rimetterlo in sesto. Ma è stato anche molto migliorato. Più di duemila operai hanno lavorato alla sua carena, corazzandola con rame e bronzo per migliorarne la resistenza. Le parlo con l'orgoglio che prova un padre quando vede come è cresciuto vigorosamente il proprio figlio. Io l'ho comandato da quando è stato rimesso in sesto, sono più di trent'anni.
-E' davvero una bella nave, davvero una bella nave.
-Ha ben trentasette vele, quando le spiega tutte: e la tecnologia nautica ha fatto progressi, in questi decenni. Può arrivare ad una velocità di ventisei nodi, un fulmine. Non la batte nessuno ad di fuori, forse, del Dreadnought. Ma credo che anche lui se la vedrebbe male se gareggiasse con il mio Great Republic.
- E mi dica un po', dove è stato di bello questo suo veliero negli ultimi anni?
-Ha navigato lungo tutto il globo, più o meno. Gliel'ho detto, quando è finita la guerra civile e la Marina militare non ha più avuto bisogno di un gioiello come questo per trasportare truppe da una parte all'altra del continente, l'hanno ceduto alla Western Tea Company, che l'ha affidato a me, che lo avevo già comandato durante la guerra. Ma ormai gli anni d'oro della vela sono finiti, i piroscafi a motore sono più veloci e più piccoli e possono portare la merce in tempo molto minore. Non sono più i bei, vecchi tempi, quando era il vento a comandarti. Ora è il carbone a farlo. Ma la Compagnia ha deciso di tenere comunque il Great Republic e così ci ha mandati a fare acquisti in Cina e in Vietnam.
-Ha ragione, i tempi sono cambiati.
Rimanemmo una decina di secondi in silenzio, tutti e due sdraiati sui comodi cuscini sotto la tettoia del cassero del Great Republic. Il signor Connor era effettivamente un vecchio lupo di mare, uno dei quei marinai vissuti che si trovano nei libri per bambini: grande e grosso, con la barba grigia e l'orecchino, l'andatura sbilenca e il sorriso sdentato, romantico e spaccone allo stesso tempo, che ricordava nostalgico i tempi d'oro della navigazione come un personaggio dei romanzi.
La sensazione di essere già stato su quella nave si faceva più netta di minuto in minuto, di secondo in secondo. E allo stesso modo la sensazione di essere già passato per quel mare, laggiù, in lontananza, le forme familiari di una piccola isoletta, la mole di un faro che compariva all'orizzonte, sulla terraferma.
-Le ho già detto che mi sembra di essere già passato per questi posti e soprattutto di essere già stato sul suo clipper, vero?
-Sì.
-Tiene per caso un diario di bordo?
-C'è quello della Compagnia, che annota tutti i fatti accaduti a bordo del Great Republic da quando le è stato ceduto.
-Posso vederlo?
Mentre Connor si alzava per andare a prendere il diario di bordo, tentai con tutte le mie forze di ricordare. L'immagine del capitano Pyle, un secolo e mezzo prima, e del grasso viso ridente del comandante spagnolo, vecchio di trecento anni, mi riempivano la mente. I nomi di tutte le navi su cui ero stato si addensavano nel mio cervello: Sparrow, Couronne, San Vicente, Wasa, Sirene, Enterprise, Constitution, Cutty Sark - galeoni, clipper, vascelli, fregate, mercantili latini dell'oriente, galere. Mi aggrappai con una mano alla fiancata della nave, con la testa che mi girava. Connor tornò con il diario.

Lo sfogliai tutto, un enorme libro di ottocento pagine. "Da Camranh Bay a Boston, 1 Aprile 16 Maggio 1873". "Da Saigon a San Francisco, 21 Giugno 9 Luglio 1879" e via dicendo. Poi trovai quello che cercavo. Alla data del 20 Gennaio 1882.
"Oggi, verso le ore quindici, il marinaio di prima classe Sean Gillmore, originario di Cork, Irlanda, muore cadendo dall'albero maestro, venti miglia a sud dell'isola di Buena Vista".
Connor che aveva letto con me, si voltò di scatto e, senza curarsi del mio volto pallidissimo, si avvicinò alla fiancata e scrutò l'oceano.
-Buena Vista è quell'isola laggiù! - disse indicando l'isoletta lontana - E qui dovremmo essere proprio a venti miglia a sud!
Lo raggiunsi anch'io, mi aggrappai alla fiancata. Uno spaventoso senso di vuoto mi riempiva. Scrutai le onde, senza sapere che cosa cercavo. Poi la vidi. Una grossa boa rossa in mezzo all'oceano, una bandiera sbrindellata e una targa di sughero.
Qui, nei fondali, riposa il marinaio di prima classe Sean Gillmore
Nato a Cork il 16 Marzo 1857
Morto in mare il 20 Gennaio 1882

Provincia di Pisa
Comune di Pisa
Scuola Liceo Scientifico G. Galilei
Niccolò Tancredi
4a B

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di Redazione web