Il Tirreno

Livorno

«Otto ore di attesa tra sporcizia e disorganizzazione»

LIVORNO. Pubblichiamo di seguito la testimonianza dell’esperienza che un cittadino, il comico Claudio Marmugi, ha avuto al pronto soccorso nei giorni scorsi. «L'altra sera mia mamma ha avuto bisogno...

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LIVORNO. Pubblichiamo di seguito la testimonianza dell’esperienza che un cittadino, il comico Claudio Marmugi, ha avuto al pronto soccorso nei giorni scorsi.

«L'altra sera mia mamma ha avuto bisogno del pronto soccorso. Dolore al petto, affanno - codice giallo. Siamo arrivati alle ore 19, siamo usciti alle 3 di notte (per fortuna, niente di grave). Premetto: non ho nulla, ma nulla, da recriminare al personale o ai medici in servizio, ma tutto, proprio tutto, da contestare all'ambiente degradato, trasandato, sciatto e malmesso nel quale operano i sanitari (ma non era "nuovo" il pronto soccorso?) e al contesto di totale caos nel quale si trovano i pazienti e i loro familiari.

L'anamnesi: tutti i tabelloni, fino a qualche mese fa fiore all'occhiello del nuovo pronto soccorso, sono spenti. Nessuna indicazione. Nessun riferimento. Dal punto di vista dell'informatizzazioni siamo fermi al lazzaretto fine Seicento. Le sedie della sala d'attesa sono messe a mo' di teatrino, tutte rivolte verso il banco dell'accoglienza dove operano le infermiere. Tutti vedono e sentono quel che viene detto o fatto, compresa la sfilata delle barelle in transito, con tanto di sosta al centro della stanza tipo ribalta (per gli applausi, probabilmente) in attesa che la porta con fotocellula che divide la sala d'attesa dagli ambulatori si apra (non si apre quasi mai, necessitano perlomeno sette o otto imprecazioni). Di là, ammassati, decine di pazienti a vista (intubati, svenuti, doloranti, parcheggiati) tra il sangue secco e la sporcizia. È surreale. Quando sei fuori dalla porta speri di passare presto di là, quando vedi cosa c'è di là, speri di rimanere fuori dalla porta. È un ottimo deterrente per chi ha fretta. Per la privacy, ovviamente, accanto alla porta scorrevole, c'è un improvvisato separé di cartone fatto con le scatole della colomba di Pasqua (o giù di lì) che mette al riparo da sguardi indiscreti…

Ancora. Accanto al bancone delle infermiere c'è una postazione - a vista, alla vista di tutti - dove si effettuano prelievi di sangue estemporanei, controllate tonsille, palpate tiroidi e dove vengono misurate pressione e battito cardiaco di molti dei malcapitati.

Alle 19 in punto nella sala d'attesa principale ci sono 45 persone (contate). Qualcuno è lì dalla mattina. Ogni pochi minuti viene chiamato un cognome. Nessuno risponde quasi mai. Qualcuno ipotizza che siano persone che "sono andate via" (mi piacerebbe avere un dato dalla Asl: quanti si registrano lasciando il cognome per mettersi in attesa e poi abbandonano la coda per snervamento). Le infermiere al bancone sono brave, si danno da fare, non si fermano un attimo, ma due sono poche: le persone in sala adesso sono settanta. Sono le 21. Accanto alla mia mamma c'è una ragazza di colore. Sta male. Non ho mai visto una ragazza di colore così pallida. È lì da un po' (da prima di mia mamma di sicuro). Tiene la testa fra le gambe di un'amica che l'accompagna. L'amica va a chiedere quando (e se) visiteranno la ragazza. «C'è tempo, codice bianco». Si va avanti. La gente aumenta (non diminuisce mai!). Alle 22 arrivano 4 senzatetto, si fanno largo tra la gente e si sistemano in quattro punti diversi - chi a terra, chi chiede un posto sulle sedie. Uno urla, vuole la luce spenta e la porta chiusa. Interviene la guardia giurata che lo calma, poi gli rimbocca le coperte. Sono le 23. La ragazza di colore è ancora più pallida. Non si regge in piedi. L'amica riparte alla carica: "Sono cinque ore che siamo qui!". Viene allora richiesto loro il cognome, viene controllato il computer: non sono registrate. Dopo un attimo di sconcerto scelgono di trascinarsi fino alla guardia medica sparendo nel buio.

Le gente inizia a calare intorno alle 1. Alle 2.46 mia mamma viene dimessa. Sta bene, ma è più affannata di quando è entrata. Scrivo questa lettera non per prendere in giro. Vorrei solo un pronto soccorso se non decoroso, civile».

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di Redazione web