Sicurezza
Il tifo della curva tra cori e lacrime
Tre pullman sono partiti all’alba per la Lombardia. Nastasio: maturo come un uomo di 40 anni
INVIATO A BERGAMO. Due pullman con i ragazzi della nord, un pulmino del club Il Porto-Nastasio, qualche macchina. I tifosi amaranto arrivano nello slargo della chiesa di San Gregorio Barbarigo alle 10,30. Ad accoglierli ci sono quelli della curva nord dell’Atalanta con un enorme striscione nerazzurro. Il tempo di arrivare e il silenzio viene squarciato dal coro “Moro, uno di noi”, seguito da un applauso scrosciante. Un rito pagano che fa evaporare quel silenzio surreale. Poi attaccano a una rete il lenzuolo bianco mostrato martedì allo stadio (“Avevi la nostra maglia: ciao Moro”) e si preparano in silenzio davanti al maxischermo montato sopra un camion lì davanti. Alle 11, mentre don Luciano Manenti comincia la funzione religiosa, un altro boato: “Nei nostri cuori, o Mario nei nostri cuori”. Poi tutti si voltano per seguire le immagini. Accanto a tifosi per tante volte avversari (anche se non ci sono mai stati scontri particolari) e invece ora qui, fianco a fianco. Uniti dal dolore.
«E’ stato emozionante - dice alla fine Bruno, uno dei leader della curva nord - queste cose si fanno col cuore. La sua storia di vita ci ha colpito, è stato normale venire a Bergamo per salutarlo. Morosini era un ragazzo esagerato, una persona modesta, che non faceva mai pesare tutto quel mare di sofferenze che aveva attraversato. In due mesi e mezzo a Livorno ha conquistato uno spazio e una considerazione che resteranno per sempre. I tifosi della curva nord atalantina ci hanno chiamato e così ci siamo mescolati volentieri. Eravamo a casa loro, sono stati bravi. Tutti da 10. Ma anche noi abbiamo ribadito che come solidarietà i livornesi ci sono sempre. Ora si torna a casa, sarà dura riprendersi ma questa squadra si deve salvare. Da parte nostra l’avevamo già detto domenica mattina allo stadio a Luci e Mazzoni: appoggio totale. Almeno fino a giugno».
Corrado Nastasio, sciarpa al collo e commozione al cubo, ricorda un episodio: «Una sera – dice – andai a prendere il “Moro” a Tirrenia per accompagnarlo a una tv a Stagno. In macchina mi ha raccontato la sua vita, la perdita dei genitori e poi quella sorella ricoverata in un istituto. Del fratello suicida invece non mi ha detto niente, forse voleva rimuovere quel dolore terribile. Aveva 25 anni, ma era maturo come un uomo di quaranta...». Stefano, lì vicino, annuisce. «Gli ho stretto la mano una volta, sorrideva sempre. Poi quella morte in campo e la storia della sua famiglia mi hanno spalancato il cuore. Non potevo non esserci».A Bergamo c’erano anche quelli di “Milano amaranto”: il presidente Gianni Cecchi e Alberto, il tifoso che a Pescara aveva ricevuto dagli ultrà biancazzurri la sciarpa da donare al “Moro”. Presente lungo la scalinata insieme a tutti i ricordi appesi allo stadio Picchi.
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