Il Tirreno

Livorno

Il miracolo del Moro in chiesa Si gemellano anche i rivali

di Federico Lazzotti
Il miracolo del Moro in chiesa Si gemellano anche i rivali

Cinquemila persone a Bergamo per l’addio al giocatore amaranto, anche il ct della nazionale Prandelli Gli amici cantano Ligabue, la mamma della fidanzata: da lassù chiamami Mariella e non signora

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INVIATO A BERGAMO. L’eredità del Moro è nel gemellaggio del dolore che si consuma tra la piazzetta della chiesa e il maxischermo quando Il Bocia e Bruno, leader del tifo atalantino e amaranto, cantano insieme con gli occhi pesti di lacrime: «Nei nostri cuori, Piermario nei nostri cuori». Accanto a loro un muro di mani e sciarpe di mille fedi si agitano verso il cielo. Brillano tre fumogeni. Sul sagrato, con lo sguardo basso, ci sono i ragazzi dell’oratorio di Monterosso che sognavano di imitare il loro eroe, i compagni del Livorno, orfani di un esempio, Anna vedova ragazzina, che stringe la foto del suo amore e il gotha del pallone che ora promette: «Mai più tragedie simili».

Nel giorno in cui il calcio consuma il suo lutto nazionale per la scomparsa di Piermario Morosini, morto in campo a 25 anni, non c’è bisogno del sole per vedere la luce della speranza uscire assieme al feretro che resta fermo fuori dalla parrocchia di San Gregorio Barbarigo, periferia di Bergamo e ultima tappa di una tragedia collettiva, per guardare ancora una volta il campo in cemento dov’è iniziata la sua corsa, finita sabato al trentunesimo di Pescara-Livorno.

Lo sottolinea anche il ct azzurro Cesare Prandelli: «Ha fatto il miracolo di unire tutte le bandiere che a ogni partita di calcio sono una contro l'altra». La prima dimostrazione è quella di tifoserie rivali che hanno voluto accompagnare Morosini fino al cimitero monumentale dove è stato seppellito vicino ai genitori e al fratello, lasciando striscione lungo il muro: «Ciao Mario, non ti dimenticheremo mai».

Don Luciano Manenti, guida spirituale del giocatore che d’estate «portava i ragazzi dell’oratorio in vacanza», lo aveva auspicato aprendo l’omelia pochi minuti dopo le undici: «Dolce amico mio, timido compagno mio, ripartiamo da te». Dentro alla chiesa del quartiere Monterossso i mondi di Morosini ci stanno stretti, fuori sono rimaste migliaia di persone, «cinquemila in tutto», diranno. I giocatori del Livorno sistemati lungo la navata sinistra, dietro quelli dell’Atalanta. Nella fila centrale ci sono il sindaco di Livorno Alessandro Cosimi e il presidente della provincia Giorgio Kutufà. Per salutare Mario sono venuti gli ex compagni, il portiere del Bologna Antonioli, Totò Di Natale e Sebastian Giovinco che quasi spariscono in mezzo alla gente. C’è il numero uno del calcio Giancarlo Abete e il suo vice Albertini. Il rappresentate dei giocatori Damiano Tommasi. Ci sono Ciro Ferrara e Pierluigi Casiraghi, nuovo e vecchio dell’under 21. In prima fila il cugino, lo zio e la fidanzata Anna.

Il paragone che don “Ciano” fa è con una pianta di ulivo i cui «frutti vanno spremuti. Ecco perché dobbiamo solo dirti grazie per quello che ci hai insegnato, ma saresti tu il primo a dirci che questo grazie va girato alla gente che ti ha cresciuto e quindi ai tuoi genitori. Senza di loro tu non saresti tu e noi non saremmo noi».

Anche per chi crede la domanda che da giorni rimbalza dentro ai pensieri, anche quelli meno scuri, è «Perche?». Il parroco risponde così: «Me lo hanno chiesto in molti in questi giorni dov’è Dio, l'ho già detto e vi dico parole che non sono mie ma di uno che ha scosso il mondo intero e che quando un giorno gli ho chiesto: “Mario, ma tu di fronte alla tua vita? Io ho più grazie da dire che recriminazioni da fare”, è stata la risposta». Ecco perché «ti ringrazio perché mi hai insegnato a essere papà e ho capito di più cosa vuol dire che Dio è il nostro papà».

Parte un lungo applauso, mentre don Luciano scende dal pulpito per andare ad abbracciare i parenti. Lo zio si raccoglie in preghiera davanti alla bara: sopra ci sono rose gialle, bianche e le maglie di Livorno e Atalanta. La mamma di Anna, Mariella Vavassori legge la sua carezza: «Abbiamo perso un figlio e un fratello, il dolore è grande ma sappiamo che non ci vuoi tristi ma con il sorriso, quel sorriso che illuminava sempre tuo viso. Ciao Mario, ti ringraziamo della presenza nella nostra vita ci hai insegnato tanto, hai reso i nostri cuori più veri e leali, liberi come eri tu. Ti ringraziamo per aver donato tanto tanto amore alla nostra Anna ti chiedo solo un favore – conclude – chiamami Mariella e non più signora, almeno quando mi chiamerai dal cielo».

Il passo del Vangelo è quello della Pasqua di Resurrezione. È il suono di tre chitarre e il canto dei suoi amici che fa tremare le gambe: «Dentro al giorno di dolore uno ha».

Nella chiesa di San Gregorio Barbarigo è entrata la luce, adesso non spegniamola. Mario ci guarda da lassù.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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