Sicurezza
Amaranto senza parole per l’ultimo viaggio
Il ds Signorelli: «Un ragazzo di grandi valori, ora dobbiamo andare in campo e vincere anche per lui»
INVIATO A BERGAMO. Ci sono cose che dicono più di mille parole. Ragazzi allenati per vincere nella vita che dopo quattro ore di pullman e una levataccia all’alba entrano in San Gregorio Barbarigo con le facce vuote e gli occhi persi, puntati verso quella bara di legno chiaro vestita della maglia amaranto numero 25 messa davanti all’altare. E’ un dolore che si rinnova, una ferita che torna a sanguinare. Il gruppo del Livorno viene fatto accomodare davanti, nello spicchio sinistro della chiesa.
Sono le 10.10, cinquanta minuti all’ultimo saluto di Piermario Morosini. Il sagrato comincia a riempirsi mentre fuori c’è già una folla da stadio e quelle tute amaranto che portano il gonfalone della società vanno per prime a tenere compagnia al “Moro”, già sulla scaletta dell’aereo per l’eternità.
La cerimonia è toccante, due canzoni di Ligabue cantate prima della benedizione finale amplificano la commozione generale. E quando arriva il momento di uscire lungo la scalinata, in attesa del compagno che ha lasciato questa partita, gli occhi diventano rubinetti. Il Livorno è accanto ai giocatori dell’Atalanta, di fronte tutta l’Udinese. L’ex amaranto Christian Raimondi, ora a Bergamo, singhiozza, Totò Di Natale si morde le labbra ma non riesce a trattenere le lacrime, Guidolin è bianco e scosso, Muntari una maschera senza trucco, mentre alcuni ex compagni del Bologna e il piccolo Giovinco sono sfingi senza parole. E gli amaranto piangono. Più o meno tutti. Chi riesce a vincere questa sfida impari fissa il vuoto, cerca altri occhi nei quali trovare un po’ di conforto, mentre la bara portata a spalla dagli amici dell’oratorio si avvia verso il carro funebre. Aldo Spinelli invece non ce l’ha fatta. Dopo l’emozione fortissima di martedì pomeriggio è rimasto a Genova. Sconvolto, a piangere da solo. Il Livorno società ai funerali di Morosini è rappresentato dal vicepresidente Silvano Siri, dal direttore dell’area tecnica Attilio Perotti e dai reduci dei due tristissimi giorni vissuti all’ospedale di Pescara, Gardini e Signorelli. E c’è anche l’ex Walter Novellino, partito da Perugia alle 5 per arrivare in tempo. «Morosini l’ho avuto alla Reggina. Parlava poco, ma era serio, un vero professionista. Le disgrazie in famiglia l’avevano forgiato, era molto più grande della sua età».
Elio Signorelli, il direttore sportivo, è struggente. Fra le mani stringe una foto di Piermario con la tuta dell’Under 21. Il “Moro” sorride, Signorelli invece accarezza quell’immagine con i pollici e guarda lontano,verso l’infinito. Affranto, svuotato, solo in mezzo a un oceano di gente. «Un grande lavoratore, un vero professionista – dice come un automa –. La famiglia di Piermario è fatta di persone semplici, stupende, che gli hanno trasmesso valori importanti. E se lui era quel ragazzo meraviglioso lo deve anche a loro. Ora quando torneremo in campo dobbiamo vincere anche per lui....».
E’ un simbolo involontario della fragilità umana, Signorelli, la nostra fotografia. Una società che cerca di rimuovere la paura della morte esorcizzandola, facendo finta che non esiste. E lo sport, con tutti quei ragazzi giovani, dai fisici perfetti, diventa il teorema per aiutarci ad avere coraggio, a scacciare ogni giorno i pensieri più cupi. Mentre Piermario col suo sorriso e il viso piegato su un lato sembra volerci dire: «Io non sono morto, sono solo andato nella stanza accanto. Non siate tristi, il vostro ricordo mi terrà in vita per sempre. E da oggi faccio il tifo per voi».
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