Il Tirreno

Livorno

«Più giusto se la morte fosse toccata a me»

di Fabrizio Pucci
«Più giusto se la morte fosse toccata a me»

Eto Soldani, l’ultimo eroe del Livorno vicecampione d’Italia: sabato ho pianto davanti alla tv

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LIVORNO. Amaranto eterno fascino. Il motto inciso su un antico striscione dei tifosi del Livorno può spiegare molto, ma non tutto di una giornata all'insegna della partecipazione collettiva ad un dolore terribile che non diminuisce neanche se condiviso. Amaranto eterno fascino. Ed umanità. E lezione di stile e di vita. Sono le due e mezzo quando, dopo aver salito la ripida rampa di scale che conduce in tribuna, si sistema sugli spalti Eto Soldani, 90 anni compiuti a Pasquetta, un mito vivente, l'ultimo eroe che ancora può raccontare le imprese del Livorno vicecampione d'Italia, la squadra che contribuì da ventenne terzino contribuì a rendere grande.

Si appoggia ad un bastone, ma forse non ne avrebbe neanche bisogno. Dispensa sorrisi amari. Sono la sua risposta a quanti lo applaudono riconoscenti per le gesta del 1942/43 e adesso per la sua presenza, un gesto dal valore inestimabile. E nella sua semplicità di nonno con la schiena per nulla piegata dal tempo esprime concetti che fanno accapponare la pelle. «Non potevo mancare - dice - perché questo è un giorno triste per il Livorno e per la maglia amaranto».

Poi, con un filo d'imbarazzo quasi come a scusarsi per i suoi 90 anni appena festeggiati di fronte al dramma di un giovane che non spegnerà mai le 26 candeline, aggiunge: «Sapete. Avrei preferito esserci io dentro quel carro funebre in mezzo al campo. Sarebbe stato più naturale. Quello che è successo, invece, è senza logica. Spero che questo sfortunato ragazzo possa trovare la pace. Sabato stavo seguendo la partita alla televisione e ho pianto. È stata una sensazione davvero terribile».

Sì, perché Soldani non si perde una gara degli amaranto neanche a pagare. Lui è stato il precursore di una percorso che con gli anni, molti altri hanno compiuto. Vengono in mente, in tempi recenti, Vitulano, Igor Protti, Ale Doga. Dapprima giocatori del Livorno, uomini simbolo, tifosi, livornesi a tutti gli effetti. E' disarmante nel suo lucido candore, Soldani: «Morire con la maglia del Livorno addosso? E' un concetto che solo a pensarci mi commuove. Per quanto mi riguarda, quando sarà il mio momento, spero che i tifosi ne mettano una nella bara». Amaranto eterno fascino. Che ti cattura e non ti molla più. Ti metti la maglia del Livorno e il colore trasuda sulla pelle, attraversa i pori, finisce nelle vene. Si chiama orgoglio, appartenenza: «Qui - dice Soldani - ho trovato della gente speciale. Unica. E si vede anche oggi. Sono settant'anni che sono arrivato qui da Uliveto. E dai livornesi ho avuto tutto: affetto, stima, riconoscenza».

Eto Soldani scruta il terreno di gioco e riflette: «Spero che questa morte non sia inutile. Ho letto sul vostro giornale che è in piedi il progetto di un'amichevole con il Pisa. Sarebbe bello. La rivalità è bella quando è sana e senza eccessi anche se devo dire che ai miei tempi qualche bella scazzottata con i cugini nerazzurri l'ho fatta pure io».

Il ragazzo classe '22 saluta. Stringe mani giovani, di tifosi che sanno di lui grazie ai libri di storia amaranto. Poi si commuove quando dal cancello della gradinata spunta il feretro di Piermario Morosini. Perdere a tre minuti dalla fine quello che sarebbe stato l'unico scudetto della storia amaranto, si può sopportare. Il dolore per la morte di un giovane uomo come il centrocampista bergamasco no. Quello è davvero troppo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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