Sicurezza
Morire di calcio
LIVORNO. Ore 14,50: il quinto Moro entra nel suo stadio accolto dall’inno amaranto e dal coro “Uno di noi”. Ottomila persone fra tribuna e curva nord, e c’è il sole. Finalmente. Quel sole che...
LIVORNO. Ore 14,50: il quinto Moro entra nel suo stadio accolto dall’inno amaranto e dal coro “Uno di noi”. Ottomila persone fra tribuna e curva nord, e c’è il sole. Finalmente. Quel sole che Piermario Morosini, morto sabato sul campo a Pescara a neanche 26 anni, ha sempre avuto dentro in una vita controvento, segnata da disgrazie terribili. Madre, padre e fratello scomparsi, la sorella maggiore in un istituto per disabili psichici. Sgambetti crudeli del destino dai quali lui si era rialzato ogni volta armato di coraggio e di fede, e che per questo l’avevano reso più forte. Perché quando conosci la sofferenza vera un infortunio o un allenatore che non ti fa giocare sono niente. Amato in ogni spogliatoio, in ogni squadra, lui riusciva a emanare positività, a regalare parole giuste anche a compagni più grandi. Di età e di fama, come Totò Di Natale quando era all’Udinese. Lasciando solo agli occhi il compito di far trasparire ogni tanto un velo di tristezza per tutti i colpi bassi ricevuti dalla vita. Ma la bocca no, quella sorrideva sempre.
“Moro” entra nel suo stadio dentro un carro funebre metallizzato, avvolto da una bara di legno chiaro. La foto sul vetro anteriore e ottomila cuori lì, a vedere la “sua” partita. Ottomila livornesi, il doppio di quanti vanno a veder giocare gli amaranto. Perché questa città scanzonata, piena di eccessi, che non riesce mai a prendere niente sul serio, quando vuole sa essere unica, alle Olimpiadi del cuore potrebbe vincere la medaglia d’oro. E Piermario Morosini in due mesi e mezzo vissuti con la maglia numero 25 aveva aperto una breccia, consegnando a tutti il suo messaggio di riservatezza, umanità, altruismo. Sottovoce, senza mai sbandierare quella vita difficile, in salita e col vento in faccia. Un eroe normale nel meno normale dei mondi. Soltanto così si può spiegare perché ottomila persone di ogni età sono arrivate allo stadio. Per vederlo, abbracciarlo, salutarlo. E commuoversi, e piangere. Liberi, senza chiedere il permesso. Tra questi anche ex amaranto come Enio Bonaldi, Igor Protti, la squadra dell’Empoli e perfino Eto Soldani, 90 anni, ultimo superstite di quel Livorno leggandario che nel 1942-43 arrivò a un punto dallo scudetto.
Il furgone Mercedes entra sulla pista di atletica dal cancello della gradinata e svolta a passo d’uomo verso la curva nord. E’ un boato. Cori, applausi, lacrime. Una cascata di emozioni per questo ragazzo d’altri tempi, mentre dall’altoparlante dello stadio escono le voci di Ligabue e Jovanotti, i suoi idoli. «Uno di noi, Moro uno di noi»: la sosta sotto la nord è un brivido infinito, poi la macchina si avvicina lentamente alla tribuna centrale. Tutti in piedi, altri applausi, altre lacrime. I suoi compagni e l’allenatore Madonna sono in basso, alla rete, indossano la maglia numero 25. Abbracciati per farsi quel coraggio che “Moro” riusciva ogni giorno a trasmettere con la naturalezza di chi ne ha viste troppe. A bordo campo i ragazzi delle giovanili e della scuola calcio accompagnano quell’ultimo viaggio, il presidente Spinelli in tribuna d’onore è un pianto antico. «Ho perso un figlio», dirà più tardi. Piange, batte le mani e piange. Si mette sul cuore la divisa di Morosini mentre tutto lo stadio ascolta in un silenzio surreale e pieno di rispetto l’orazione funebre del Vescovo, mons. Simone Giusti. Breve, toccante, intensa. «In coloro che tu hai amato tu sei vivo per sempre, in coloro che tu hai amato sei sempre. Hai e avrai la gratitudine di tutti. Buon viaggio».
Un applauso scrosciante, poi la benedizione e l’ultimo saluto dei compagni: capitan Luci, Vono e il tecnico Madonna ricoprono la bara di fiori e gagliardetti, Mazzoni la avvolge con il drappo che nel 2004 festeggiò il ritorno in serie A. Un cielo di stelle bordato di amaranto. Aldo Spinelli lancia la maglia numero 25, avvolta sulla bara sopra tutti gli altri simboli. Poi il cofano si chiude. La marcia riprende con il cuscino inviato dal Presidente della Repubblica attaccato dietro alla Mercedes che trasporta le spoglie di Morosini. La curva nord intona di nuovo l’inno del Livorno, l’altoparlante spara “Urlando contro il cielo” di Ligabue. Un altro mezzo giro dello stadio verso l’uscita, mentre cinque ragazzi attraversano il campo. Sono di Bergamo: Ernesto, Vito, Roberto, Arturo e Piergiulio, il cugino del “Moro” al quale era toccato il compito ingrato di riconoscere la salma. Anna, la fidanzata già vedova, invece ha preferito tornare subito a casa, dove oggi sarà aperta la camera ardente e domani alle 11 si svolgeranno i funerali nella chiesa del quartiere Monterosso. Elio Signorelli e Giovanni Gardini, i dirigenti amaranto rimasti da sabato pomeriggio all’ospedale di Pescara accanto al loro eroe normale, li abbracciano uno per uno.
Alle 15,04 il funerale laico è finito, la gente inizia a sfollare. Occhi lucidi, facce commosse. In molti vanno verso la gradinata, dove l’auto con Morosini è ancora dentro. Le due macchine degli amici sono pronte per partire, ma c’è un altro furgone con tutti i ricordi appesi fin da sabato sera alla cancellata dello stadio da caricare. «Non vedo l’ora di arrivare al 2013 quando scadrà il mio contratto con l’Udinese per essere finalmente padrone del mio destino», aveva detto. La vita non gli ha concesso il tempo, lasciandogli solo l’abbraccio per un gol in paradiso. Era un ragazzo di fede, sarà felice di ritrovare i genitori e il fratello. Ciao, Moro.
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