Sicurezza
Il pianto infinito di Spinelli
Tutta la cerimonia in piedi, con le lacrime agli occhi. Disperazione anche tra i giocatori
LIVORNO. Piange Aldo Spinelli. Dagli altoparlanti parte l’inno del Livorno, in fondo alla gradinata si intravede la sagoma del carro funebre, e Aldo Spinelli già piange. Non è l’unico, anzi, ma fa effetto vedere il presidente con le lacrime che scivolano giù a fiumi.
Entrano dal sottopassaggio anche i giocatori, proprio nell’attimo in cui il feretro fa il suo ingresso nello stadio. Luci, Mazzoni, Bardi, Bernardini, uno dietro l’altro, insieme ai suoi ragazzi c’è anche Madonna, chiude il magazziniere Lucignano. Hanno tutti la maglia numero 25 di Morosini, quella che nessuno mai più indosserà. In sottofondo c’è l’inno amaranto, gli applausi si fondono col groppo in gola, curva e tribuna regalano la cartolina più bella della città di Livorno.
Adesso piangono anche i giocatori. Luci, Bardi, Remedi, Bigazzi, tutti. Impressionante vedere questi ragazzi disperati. Lambrughi con le mani nei capelli che non riesce a star fermo, Vono che quasi si accascia, lo storico accompagnatore Nassi che passa il fazzoletto sugli occhi ogni cinque secondi. Madonna prova a resistere, cerca di consolare i ragazzi, ma crolla anche lui. Chi lo conosce bene, garantisce che in questi giorni il tecnico sia letteralmente distrutto, fa fatica anche a parlare.
Il carro funebre arriva sotto la curva e si ferma, l’altoparlante ora spara Ligabue, “Urlando contro il cielo”, la preferita di Piermario. La curva canta “Nei nostri cuori, o Moro nei nostri cuori” , i giocatori si abbracciano l’un con l’altro. Un tentativo di farsi forza, ma anche un segno di unità, perché questo evento ha reso davvero lo spogliatoio amaranto compatto come un pugno chiuso.
Aldo Spinelli è in piedi, vicini a lui il vicepresidente Siri e il sindaco Cosimi. La commozione di Cosimi è appena mascherata dagli occhiali da sole, Spinelli invece non si trattiene, anche Siri non ce la fa.
Riparte lento il carro funebre in uno stadio sempre più commosso, che mantiene il silenzio assoluto quando il vescovo Giusti dà la benedizione alla salma sotto la tribuna. Un segnale di rispetto che lascia il segno.
Quando il vescovo si allontana, si fanno avanti il capitano Luci e il terzo portiere Vono (grande amico del Moro) che depongono sulla bara una sciarpa del Livorno e una corona di fiori, poi tocca a Madonna che con il viso gonfio e livido appoggia un gagliardetto, infine Mazzoni che stende anche una bandiera del Livorno. Dietro i giocatori sono ancora abbracciati con la morte nel cuore. C’è anche De Lucia nel gruppo, piange pure lui mentre cerca di confortare Meola e Bardi.
Sulla tribunetta Aldo Spinelli ha le mani sul volto, applaude e non smette un attimo di lacrimare. Poggiata sul muretto davanti a lui ha sistemato una maglia col 25 di Morosini, la prende, se la stringe al petto, l’abbraccia, poi la consegna e la fa appoggiare sul feretro. È una delle più belle dimostrazioni d’amore di Spinelli per questa maglia, un gesto da conservare nel cuore.
Tutto così rapido eppure tutto così intenso. I giocatori e lo staff si stringono di nuovo in un abbraccio collettivo, mentre il feretro riparte per completare il giro verso curva sud e gradinata, per poi uscire da via dei Pensieri. I giocatori ancora in lacrime escono dal sottopassaggio, Spinelli invece resta immobile al centro della tribunetta, scosso, le mani sul volto, quasi incredulo per questa assurda morte. Poi il fido Siri lo prende sotto braccio e lo porta via, verso l’uscita dello stadio.
Stringe qualche mano, è distrutto. «Non ci sono parole per descrivere il mio dolore. È un qualcosa che mi colpisce dentro, e che sicuramente mi segnerà per sempre», confida in lacrime mentre esce sul piazzale. «Voglio però dire grazie alla città di Livorno per la risposta data, per questo splendido saluto che ha dedicato a Morosini. In un momento di grande tristezza, i nostri tifosi hanno regalato un segnale splendido».
Il sindaco Cosimi, lì vicino, annuisce: «Quanto fatto oggi da Livorno è stato un gesto d’affetto. L’amore verso questo ragazzo è stato dettato da due fattori: dall’affetto che la città gli aveva subito dimostrato, e poi, onestamente dalla sua storia che è un eccesso di accanimento della sorte. Quello che è accaduto è stata una tragedia che ha colpito un ragazzo di venticinque anni, in un momento splendido della sua vita, che invece di realizzarsi nel sogno che aveva, è finita in tragedia».
Intanto in mezzo al campo c’è un’altra scena che forse pochi notano ma molto significativa. I quattro amici e il cugino di Morosini che avevano seguito il feretro da Pescara, abbracciano in un fiume di lacrime i dirigenti amaranto Giovanni Gardini ed Elio Signorelli. Si è parlato poco di loro, ma in questi giorni hanno rappresentato il Livorno Calcio e quindi la città come meglio non potevano. Sono sempre rimasti a Pescara, al fianco della salma, hanno vissuto le scene più strazianti cercando di consolare tutti, senza che nessuno consolasse loro. È un abbraccio intenso, vivo, profondo. Gardini, figura dirigenziale in ogni senso, trema ancora. E ti viene da ripensare alle sue lacrime in campo a Pescara, disperate, impressionanti, il primo vero segnale di ciò che stava accadendo.
Se ne vanno anche i giocatori. Affranti. In questi giorni è salito a Livorno anche l’ex Martin Miglionico che ha vissuto la disperazione dei suoi amici: «Ho trascorso gli ultimi due giorni da queste parti e come immaginavo ho visto i miei ex compagni distrutti. Ma ad essere sincero non mi aspettavo una città così devastata, profondamente segnata da quello che è successo».
Il pullman attende i giocatori in piazzale Montello, sembra assurdo ma dopo questi 14 minuti di dolore straziante, bisogna andare al lavoro, ad allenarsi al centro Coni. Fuori c’è gia qualche centinaio di tifosi, si alza il coro “Forza ragazzi”, poi applausi scroscianti quando il pullman passa tra le due ali di folla. Adesso c’è una sorta di patto d’acciaio non scritto tra tutte le componenti amaranto. Squadra, tifosi, società. L’ultima preziosa eredità che ha lasciato il Moro.
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