Attenzione
Cori e occhi lucidi È tornata la Nord
Anziani, bambini e vecchi ultrà in curva per l’addio al 25 Lo striscione amaranto: «Morto con la nostra maglia»
LIVORNO. «Uno di noi, Moro uno di noi, uno di noi». «Sempre nei nostri cuori». «Forza ragazzi, forza ragazzi». Aspetta in silenzio, poi canta di rabbia, batte le mani, si ferma, trema, infine si commuove, piange e resta di nuovo sola. È la curva nord che si riscopre dodicesimo uomo in campo nel giorno più triste della sua Storia.
Lo ripete la canzone in sottofondo che è per te Piermario Morosini, detto “il Moro”, morto di calcio a 25 anni, che l’anima calcistica di Livorno è tornata in strada per ritrovarsi allo stadio e giocare la partita del dolore. I motorini in doppia fila, il pranzo saltato e due ore di attesa per un giro di campo al termine del quale, anche il tifo, ha trovato un punto da cui ripartire, la maglia numero 25.
«Magari ci fosse tutta questa gente il sabato alla partite», sospira un tifoso che da trent’anni non si perde una sfida casalinga degli amaranto.
È vero, ma è per te che i gradoni della Nord si sono riempiti come non si vedeva da anni, con i nonni e le nonne e i loro cuscini, genitori che portano le carrozzine fin su, «per vedere meglio», dice un papà.
L’ultima tappa prima di entrare in curva è la parete che in questi giorni è diventato il mausoleo del Moro costruito intorno alla sua maglia gialla e amaranto. Una signora con il piumino rosa passa e attacca una sciarpa, come lei, poco dopo, lo fa un bambino, poi è la volta di lasciare una rosa, un biglietto, un pensiero. Quelle sciarpe hanno seguito il centrocampista anche nel suo ultimo viaggio verso Bergamo e domani saranno al suo funerale con un centinaio di tifosi amaranto che oggi partiranno in pullman.
È il momento di entrare. Quando le porte si aprono, a mezzogiorno, i primi tifosi prendono posto. A un certo punto fa capolino anche un ciclista con il caschetto, la maglia della Mercatone uno, parcheggia vicino a una delle tribune in acciaio e lamiera e saluta un’amica: «Tra quanto arriva» domanda. Il feretro è in ritardo. Sono le due, fa caldo ma non si sente. Un uomo in giacca e cravatta è uscito dall’ufficio per venire dentro a questo catino di emozioni, e stringe la mascella per fermare la commozione. Un altro si sistema in prima fila, tira fuori un paio di panini e guarda il campo. La signora Anna, potessero le gambe, proverebbe anche ad alzarsi, «volevo esserci – dice – mi basta aver salutato questo ragazzo».
Un operaio guarda l’orologio preoccupato perché alle 15 deve tornare al lavoro a timbrare il cartellino. «Ma io oggi resto qui, il capo se ne farà una ragione», annuncia a tre amici. «Dove sei?». «Guarda in alto». Poi le teste dei tifosi di abbassano.
Si rivedono anche i vecchi ultrà con i rasta, le facce infossate dagli anni e le mani tatuate, altri sono cambiati, hanno lasciato la t-shirt e indossano camicia e maglione, ma arrivano insieme, per ultimi, come succedeva negli anni Novanta, ma come allora sono i primi a farsi sentire. Si presentano e attaccano lo striscione bianco con la scritta nera che recita «Morto con la nostra maglia. Ciao Moro». Poi restano in silenzio come gli altri, fino a qualche minuto prima delle tre quando il carro funebre entra dentro al Picchi e parte l’applauso, il primo.
Piermario Morosini, aveva detto ad amici e compagni di squadra che avrebbe voluto conoscere Livorno e i livornesi. Aveva mangiato il cacciucco qualche settimana fa e lo aveva raccontato sul suo profilo twitter inviando la foto del piatto vuoto. Aveva visto la curva esultare, l’ultima volta, era il 10 marzo, e gli amaranto avevano appena sconfitto l’Albinoleffe.
Mario era corso sotto la curva dopo il quarto gol e aveva abbracciato i compagni, poi uno sguardo verso i suoi nuovi tifosi con quella faccia da guerriero che sabato non si è più rialzata dal terreno dello stadio Adriatico di Pescara.
Adesso è nello stesso punto di allora, il carro funebre prosegue piano, rallenta davanti al cuore del popolo amaranto. C’è l’inno del Livorno da urlare. «Hip hurrà, hip hurrà, hip hurrà». C’è il nome del Moro da promettere di non dimenticare. La curva trema come non aveva mai fatto. Non c’è un gol da festeggiare, un avversario o un arbitro da beccare. C’è quel feretro da spingere lungo i quattrocento metri che percorre intorno alla pista di atletica.
«Quella di Morosini - racconta un tifoso classe 1931 – è di per sé una tragedia che colpisce un mondo in cui la morte non è contemplata. Quando pensiamo a questi ragazzi pensiamo a giovani con soldi e ragazze. Poi quando ho scoperto la sua storia familiare mi ha fatto ancora più male. Ecco perché mi sono presentato. Non venivo allo stadio da anni, ma oggi credo che esserci sia un dovere».
«Uno di noi, Moro uno di noi», non si ferma il coro della curva. L’unico minuto concesso al silenzio è quello in cui parla il Vescovo Simone Giusti. Tornano gli applausi, ripartano i cori. Quando Ligabue canta “Piccola stella senza cielo” una signora si appoggia alla balaustra. Il feretro esce dalla gradinata che probabilmente sarà dedicata a Morosini. Per un attimo lunghissimo la curva resta immobile. Una bambina si mette a piangere per tutti e non si vergogna di farsi sentire. Altri riescono a nascondersi dietro agli occhiali. C’è tempo per guardarsi intorno e accorgersi di aver sentito la curva tremare di calcio, senza un pallone. È per te Moro che la Nord è tornata a vivere.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
