Caro ragazzo, ecco perché ora sei un livornese
Il bene e il male di una tragedia: la commozione della gente e il cinismo dei presidenti su come recuperare le partite
di FEDERICO BUTI
Caro Moro,
non ci siamo mai incontrati e non ti ho nemmeno mai visto giocare allo stadio - colpa mia, negli ultimi tempi mi sono fin troppo distaccato - ma poiché sei uno di noi come ieri giustamente e a lungo ha gridato la curva, mi permetto di darti del tu e di parlarti in confidenza.
Devi sapere che pochi giorni fa, quando purtroppo ho dovuto commentare sul giornale quello che ti è successo a Pescara, qualche nostro lettore concittadino mi ha poi garbatamente obbiettato che era discutibile la mia affermazione che si trattasse di una tragedia simbolica del nostro amato e devastato calcio: simbolica nel male ma un pochino anche nel bene. Invece dopo essere stato al tuo trasporto, come si chiama qui a Livorno, lo confermo e lo ribadisco. C’è anche del bene. Non foss’altro perché ieri eravamo in migliaia e migliaia, presenti e molto commossi, erano anni che non vedevo la Nord come ai vecchi tempi; ed erano anni che non ci si poteva entrare con naturalezza senza gli infamatissimi tornelli e balzelli, come dovrebbe sempre essere. Non basta: sei riuscito, ieri, a smentire anche uno dei più antichi proverbi livornesi, quello che recita “terzo aprilante quaranta di’ durante”, significa che il tempo che fa il 3 aprile durerà quaranta giorni e infatti dal 3 aprile compreso pioveva a ghiaiate: però ieri no, quando sei arrivato allo stadio c’era un bel sole primaverile col maestralino, merce rara.
Ma a parte questo, la vera questione è che molti non hanno ben capito come sia possibile che dopo soli due mesi passati in questa città tu sia potuto diventare livornese ad honorem, fino al punto che probabilmente - sperabilmente - ti verrà intitolata la gradinata o la curva: al livello di un nostro antico eroe come Miguel Vitulano o di altri illustri ospiti del pantheon amaranto, a cominciare da Armando Picchi. Invece è possibile e nemmeno tanto sorprendente, per chi conosce Livorno, e anche in questo c’è del bene, per te e per noi.
Per te, perché evidentemente ti sei fatto apprezzare: qui come altrove, in questi giorni è stato impressionante leggere il coro non rituale di elogi proveniente da tutte le parti, e misurare il dolore e l’amarezza. Tutti siamo stati colpiti dalla durezza crudele del fatto, è chiaro, anche nelle sue modalità estreme: quel tuo cercare di rialzarti fino alla fine. Ma ha colpito anche la tua vicenda personale extracalcistica, il coraggio e anche la sobrietà con cui hai sopportato pesi che molti adulti di chiara fama sopportano molto peggio, con infinite lamentazioni, o non sopportano affatto. E forse qui a Livorno ha colpito anche la tua immagine simpatica e leggermente guascona, più adatta a un surfista o pescatore labronico che non a un montanaro padano.
Per quanto riguarda invece noialtri, questa dolorosa storia conferma una cosa già notata e scritta, e cioè che quando qualcosa di grosso chiama, Livorno risponde.
Era una legge matematica in passato, quando questa era una città spontanea e semplice - il che non vuol dire sempliciotta - che diceva poche cose chiare. Tipo: se non è rosso, è bianco (del vino, e non solo). Se non c’è sugo, fa schifo (del cacciucco, e non solo). Se non n’hai voglia, smetti (dei calciatori, e non solo). Se non ti frughi, chétati (questo è universale), e via discorrendo. Poi però anche qui sono arrivate la civiltà, la maturità, la modernità, la complessità e tante altre cose giustissime che finiscono con la “à” e che ogni tanto si presterebbero bene a una bella rima livornese, ma lasciamo perdere. Il risultato è che il vino si è annacquato parecchio, nel calcio e non solo; la città è invecchiata, si è intorpidita - un po’ infingarda è sempre stata - e gira gira rischia di perdere la parolina forse più importante fra quelle che finiscono con la famosa à: cioè l’identità.
Tutti i posti e tutte le città, caro Moro, hanno bisogno di passioni, se non addirittura di missioni: e questa forse più delle altre, per come è nata e cresciuta.
Questione di dna, che come si dice a Livorno non è torta. Infatti quando l’emozione si produce, qui agisce come una scossa elettrica, ce ne siamo accorti per esempio l’anno scorso quando è passato il giro d’Italia a lutto per la morte di un altro sfortunato ragazzo come te, che è stato accompagnato da migliaia e migliaia di persone per decine di chilometri, dalle colline al lungomare. Ieri, più o meno, è successa la stessa cosa, e quindi nella sventura ti dobbiamo ringraziare anche di questo: di averci emozionato e riportato a una dimensione umana preziosa che in passato era più propriamente nostra; non sarà un volano economico e nemmeno la soluzione di nessun problema, ma senza queste cose è difficile campare, e forse anche inutile.
Infine, un altro bene - anche se un po’ amaro - venuto da questo male è che in certi momenti le cose si vedono più chiare. Si è visto per esempio quanti amici ed estimatori ti eri fatto, molto al di là di una carriera spezzata che comunque non è certo il valore numero 1 della vita; si è visto che perfino il vituperato mondo del pallone in questa occasione ha saputo dire e fare cose buone e giuste. E si è visto anche il lato negativo, come per esempio quel balletto cinico e disgustoso fra i presidenti della serie A su come recuperare le partite: ma in fondo è un bene anche questo, è istruttivo constatare chi ha in mano le redini del carrozzone, qui di certi personaggi si dice che il più pulito c’ha la rogna.
Bene, ragazzo. Era meglio, molto meglio se succedeva per un altro motivo o magari se non succedeva affatto. Però è successo, ora sei uno di noi e mi pareva giusto che tu sapessi qualcosa di questo posto che purtroppo non hai avuto nemmeno il tempo di conoscere, e che forse ti sarebbe piaciuto.
Un grande abbraccio da Livorno.
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