La protesta
Luci: «Non si può morire così»
Lo strazio degli amaranto. Madonna: non ce la faccio. Porcellini: era un ragazzo sano
INVIATO A PESCARA. Mani sulla testa, lacrime di rabbia, smorfie di dolore. Quando il filo sottile di una vita ti si spezza accanto ognuno torna se stesso, non esistono filtri. E allora reagisci come vuoi, sei libero.
Anche se non puoi farci niente. Capisci che un tuo compagno è arrivato al traguardo e non ti resta che piangere. Anche se forse speri in un miracolo, ti illudi che quel corpo inerme e con gli occhi spalancati che il tuo medico sociale rivolta a pancia in su come un manichino per cominciare il massaggio cardiaco possa ancora fare un gol al novantesimo e vincere la sua maledetta partita.
Non è così. Purtroppo. Piermario Morosini sta morendo, anzi è già morto quando Simone Salviato, il difensore amaranto che presidia quella fascia, lo vede cadere per tre volte e tentare vanamente di rimettersi in piedi.
«Alzati, alzati», gli grida invano. Anche Pasquale Schiattarella ha vissuto quella scena da vicino e intuisce subito che non è un semplice infortunio. Le gambe del numero 25 non rispondono e lui crolla sull’erba, burattino senza fili tradito da un destino terribile. Salviato corre dall’arbitro e insieme a capitan Luci lo implora: «Ferma il gioco». L’uomo col fischietto si volta, vede quel corpo immobile a faccia in giù e fischia, ma il dottor Manlio Porcellini e il massaggiatore del Pescara nel frattempo erano già in campo.
Scattano i soccorsi, ma i giocatori e l’intero stadio hanno già intuito tutto. Sette minuti, ne passano sette prima che l’ambulanza possa partire verso l’ospedale Santo Spirito. E sembrano eterni, 4200 secondi infiniti. Paulinho si copre il viso con le mani, piegato in due, Dionisi seduto sull’erba piange, gli altri si fiondano negli spogliatoi stravolti, in lacrime. Il direttore generale Giovanni Gardini, a un passo dalla macchina che porterà “Moro” verso l’ultima disperata rincorsa, si copre il viso con una mano, prende il cellulare e comincia a singhiozzare. E’ l’immagine della tragedia, il riassunto di un dramma, la fine di tutto.
Il tempo di fare una doccia, di riannodare i fili delle emozioni, poi il pullman amaranto lascia lo stadio per correre al pronto soccorso. Due chilometri, poco più, verso l’ospedale Santo Spirito. Vissuti in apnea, col cuore in gola, per sentirsi dire che la maglia numero 25 ha perso il suo padrone. Sono le 16,45 quando il dottor Leonardo Paloscia, primario dell’Unità Coronarica del nosocomio abruzzese, annuncia con un filo di voce che purtroppo non c’è stato niente da fare. I tifosi del Pescara, meravigliosi, e il gruppetto venuto da Livorno, capeggiato da Corrado Nastasio, fissano il vuoto. Gli ultrà biancazzurri mostrano uno striscione di dieci metri: “Piermario, la nord è con te”.
Piove, ma nessuno se ne accorge. Quando la tragica notizia si diffonde quel lenzuolo di speranza sparisce in un attimo, inghiottito dal grigio piombo di questo sabato dannato.
Dalla porta di ferro del pronto soccorso, alla spicciolata, sbucano i giocatori amaranto. E sono fotogrammi che fanno male, davvero. Anche a chi ha i capelli bianchi. Bardi si aggrappa al collo di Nastasio e lo inonda di lacrime, Luci singhiozza. Mazzoni, col turbante per uno scontro di gioco, è una maschera di cera e di rabbia.
«Non si può morire per una partita di calcio», le uniche parole che Andrea Luci riesce a pronunciare. Chiede una sigaretta, è stravolto, fa due tiri poi la restituisce. La lenta processione di giacconi amaranto si dirige verso il pullman per il più mesto ritorno a casa. Con un sedile vuoto e tanta voglia di piangere. Armando Madonna, bergamasco come Morosini, ha gli occhi rossi e guarda l’asfalto.
«Mister, per favore, un ricordo». «Non ce la faccio», e scuote la testa. Dionisi poco prima di salire a bordo sferra un cazzotto a un cartello stradale, il dottor Porcellini ha il viso gonfio. «Era un ragazzo sanissimo», riesce solo a smozzicare quattro parole per questo film arrivato ai titoli di coda troppo presto, a neanche ventisei anni. «Piermario Morosini è morto per una fibrillazione ventricolare - mormora il cardiologo pescarese - e la fibrillazione ventricolare è incompatibile con la vita».
Aldo Spinelli ha vissuto in diretta da Genova i contorni di questo dramma. «Un tragico destino, e contro il destino nulla si può fare. Morosini era in gran forma e un ragazzo splendido, sono veramente addolorato», riesce a dire il presidente amaranto.
Un tifoso del Pescara si avvicina a uno del club Il Porto e gli regala una sciarpa. «Questa è per lui», e con gli occhi indica là dentro, verso l’ospedale. Dove quel ragazzo bergamasco che a quindici anni aveva perso la mamma Camilla, poi il padre Aldo e anche un fratello, ha finito di sorridere. «Piermario era dolcissimo, sempre disponibile, educato, intelligente - ricorda Mino Favini, responsabile del settore giovanile dell’Atalanta - oltre che un buon giocatore. Lo ricordo con un velo di tristezza negli occhi, tutte quelle disgrazie in famiglia lo avevano segnato, ma era sempre riuscito a rialzarsi». Fino all’ultimo sgambetto. Il più crudele.
La salma è stata trasferita nell’obitorio dell’ospedale civile Santo Spirito di Pescara ed è ora a disposizione dell’autorità giudiziaria. Il pm incaricato, Valentina D’Agostino, seguirà la disposizione dell’autopsia. Tra i tanti ricordi dei calciatori e dei dirigenti presenti allo stadio Adriatico c’è anche quello di Vincenzo Marinelli, ex presidente del Pescara, dirigente dell’Italia Under 21 da molto tempo: «Non si può morire così a 25 anni - ha detto Marinelli in lacrime - Piermario è stato con noi nell’Under 21 e posso dire che è stato un ragazzo unico.
Ha avuto tante perdite nella sua vita e ha saputo sempre reagire. Era un esempio di vita, non è giusto. Poco fa mi hanno telefonato sia Zola che Casiraghi, entrambi piangevano, è una vera tragedia».
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