«Morta con Luca» Testimonianza choc di mamma coraggio
Aperto il processo contro due medici accusati di omicidio Il giovane è scomparso a 20 anni dopo un match di calcetto
LIVORNO. «Sono la mamma di Luca Stefanini, mio figlio aveva vent’anni quando è morto e io sono morta con lui. Da quel giorno di sei anni fa l’unica cosa che mi tiene in vita è la voglia di giustizia e il desiderio di salvare i ragazzi che soffrono della stessa patologia, la displasia, che ha ucciso mio figlio».
Mina Francisco, 58 anni, è una figura esile che parla per quasi due ore davanti al giudice Marina Cirese alla quale, a un certo punto, mostra anche la foto del figlio: «Guardi com’era», le dice. Racconta un’odissea di ansie lunga due anni, divisa tra due ospedali, Livorno e in Cnr di Pisa, la visita medico sportiva al termine della quale Luca ha avuto il via libera per continuare a giocare, gli specialisti, i rimorsi e il dolore di una madre che «vede il suo bambino perdere il sorriso». Fino alla sera del primo febbraio 2006.
«Era stata una giornataccia – ricorda la donna – Luca è arrivato a casa verso le otto e mi ha chiesto di preparargli qualcosa da mangiare perché alle dieci sarebbe andato a giocare a calcetto con degli amici. Poi si è messo a letto a riposarsi e in cuor mio speravo che non si svegliasse. Invece a cinque alle dieci l’ho visto uscire con la borsa. Gli ho detto: “Non ti strapazzare”. Lui mi ha risposto mogio, senza una delle sue battute. Mi sono messa in corridoio e dalle finestre l’ho visto per l’ultima volta. A venti a mezzanotte – va avanti – è suonato il telefono. Era il pronto soccorso. Appena ho sentito quella voce ho capito che Luca non c’era più. E quando l’ho visto sul lettino dell’ospedale mi sono detta: adesso non gli succede rà più niente».
Per la morte dell’ex campione di nuoto sono due i medici finiti a processo con l’accusa di omicidio colposo: il cardiologo Luca Paperini, ora all’Asl di Pisa, e il medico sportivo Stefano Spagnuolo che in momenti diversi hanno visitato Luca senza accorgersi – sostiene l’accusa – del problema cardiaco al ventricolo destro che lo ha poi ucciso. Due le visite finite nel mirino del pubblico ministero Giuseppe Rizzo.
La prima risale al febbraio del 2004 quando Luca si presenta con la madre all’Utic di Livorno dopo essere stato sottoposto ad una visita privata dalla quale emerse una la cosiddetta “Qt lunga”, una rara anomalia cardiaca caratterizzata da una ritardata ripolarizzazione delle cellule. «Paperini – racconta la donna – ci disse che era tutto ok».
Una diagnosi che però non convince la famiglia. «Siamo andati al Cnr per fare degli approfondimenti senza risolvere il problema». Il 24 gennaio dell’anno successivo la visita medico sportiva. In mezzo tanti dubbi che il processo dovrà chiarire.
La giornata della famiglia Stefanini in tribunale inizia con una buona mezzora di anticipo rispetto all’orario, le 11, in cui è fissata l’apertura del processo. Accanto a Mina c’è suo marito, anche lui testimone nel procedimento e ci sono gli amici di Luca. «Quando è successa la tragedia – ricorda uno di loro – ero con l’Erasmus in Portogallo. È stato il primo lutto che ha vissuto e forse non l’ho ancora superato, per questo sono qui». Tra la piccola folla che attende davanti all’aula “A” c’è anche chi ha un difetto al cuore. «Basta fare gli esami giusti – dice un uomo sulla quarantina – e puoi vivere una vita normale e ndare anche in bicicletta come faccio io». Mancano pochi minuti a mezzogiorno quando il cancelliere chiama il processo Paperini. E inizia la giornata più luna di “mamma coraggio”.
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