Lutto
A Calafuria con il vino nel cuore
Una brillante carriera di ristoratore a due passi dagli scogli e poi la presidenza della Fisar
LIVORNO. Il titolo di "commendatore" gli fu assegnato sia per la sua brillante carriera nella ristorazione che per quella di uomo di cultura- è stato un precursore di concorsi enogastronomici e premi letterari, che organizzava nel suo ristorante a Calafuria, un locale dei nonni materni, la cui origine risale alla fine del 1800: a quei tempi osteria di pesce e stazione di posta per i barrocciai. Leonardo Nardi, classe 1932, origini pisano- livornesi ( madre nativa di Santa Luce, babbo di Vicarello, un fratello di quindici anni più giovane che ancora adesso alla non più verde età di 65 anni lavora come cameriere, due figli, Stefano di cinquantasei anni e Giulio di 47, che si occupano di enogastronomia), è stato uno dei ristoratori di punta della Costa Etrusca e, per dodici anni, anche presidente nazionale della Fisar. Racconta, facendo andare indietro la memoria, che i suoi primi vagiti li hanno ascoltati gli scogli di Calafuria, nel ristorante accanto alla Torre, citato da Mario Tobino che in un suo diario scriveva: "Ieri sera ero a Livorno, alla trattoria Calafuria che ha la terrazza a strapiombo sul mare e sembra di essere in navigazione, con il vento che corre sopra i tavoli e fa respirare con allegria e a lunghe sorsate".
Un locale trasformato da lui e dalla moglie Mariangela, in ristorante di livello, punto d'incontro per intenditori e personaggi famosi, ma anche set per molti film ( Dino Risi vi girò la scena del sorpasso). «Ricordo come fosse oggi Vittorio Gassman steso a terra insanguinato…», dice Nardi rispolverando con entusiasmo quei momenti. La nostalgia- spiega- oggi è la sua inseparabile compagna. «La notte sogno ancora che litigo con i camerieri, che servo i clienti e la mattina mentre bevo il caffè svelo i miei sogni a Mariangela, che è stata il mio braccio destro, una grande cuoca, molto amata da tutti i clienti che ancora adesso ci rimpiangono». Con Mariangela si sono incontrati a Bellaggio nel 1951. Leonardo era andato sul lago di Como per studiare alla scuola alberghiera e fu subito amore. «L'ho sposata e me la sono portata in Toscana- dice - e lei, che faceva tutt'altro si è appassionata al mio lavoro ed è diventando una cuoca eccezionale, perché ha unito i gusti del lago a quelli del mare. Ma, soprattutto, mi ha spronato con il suo entusiasmo ad andare avanti, anche nei momenti di difficoltà». Quando il locale cambiò gestione la gente disse: “È la fine di un mito". Perché di mito si trattava: il Calafuria dei Nardi non era solo un ristorante ma un luogo d'accoglienza, dove al salmastro si univa la cordialità dei proprietari e di tutto il personale.
«Da noi- rivela- sono passati molti personaggi dello spettacolo: Dino Risi, Vittorio Gassman, Macario, Mastroianni, la Lollobrigida, Valter Chiari, Ava Gardner, Bice Valori con Paolo Panelli, Alberto Sordi…».
Pagava lui il conto?
«No. Era sempre ospite, come spesso anche gli altri che venivano con Marcello, il proprietario del tennis club. Spesso arrivava anche Felice Bonetto, il pilota di Formula Uno, che partiva da Milano, prendeva l'aperitivo in piazza del Duomo a Livorno e poi passava a mangiare il caciucco cucinato da Mariangela: una volta gli si guastò la macchina e mi disse di tenergliela che sarebbe venuto all'indomani a ritirarla, invece ce la lasciò per tre mesi… Come cliente affezionato avevamo anche Tito Neri, quello dei rimorchiatori, che si vestiva sempre di scuro e chiedeva la sala riservata. Ero vestito di nero anche io e quando andò via, per sbaglio prese la mia giacca. Me ne accorsi la sera, al momento di rincasare, perché indossando quella che credevo fosse mia, sentii che era pesante. La guardai bene e vidi che non solo stavo mettendo la giacca di Neri, ma che dentro le tasche c'erano dei rotoloni di soldi. Così gli telefonai per dirgli di mandare l'autista a prenderla. Ma lui mi chiese di portagliela a casa personalmente e quando arrivai mi abbracciò».
Parliamo della Fisar (federazione italiana sommelier albergatori ristoratori), l'altra faccia del suo impegno.
«Quando si fece l'atto costitutivo era il 1972. Ma per me si trattava ancora soltanto di un gioco: a quei tempi fra ristoratori ci si riuniva, si mangiava, si beveva e tutto finiva in gloria… Però, quando si incominciò a parlare di una delegazione livornese, che si aprì con il primo delegato Mario Pellegrini, proprietario del ristorante il Romito, capii che si trattava di una cosa seria e mi iscrissi, partecipando nella sede della Camera di Commercio, al primo corso per sommelier (era il 1974)».
Poi nel 1988 la presidenza passò a lei.
«Avvenne a Catania. Accettai anche se con timore, perché la responsabilità era grande. Mi consultai con la famiglia perché sapevo che l'impegno mi avrebbe portato fuori casa spesso e decisi quando il figlio più piccolo mi disse bonariamente: " Vai babbo che si sta meglio senza di te”. Sono andato avanti per dodici anni, girando l'Italia in lungo e in largo, creando nove delegazioni e occupandomi anche di quella di Livorno. Poi fu deciso che ogni tre anni bisognava cambiare presidente, e quando a Tirrenia ci furono le nuove elezioni mi misi da parte, anche se non abbandonai del tutto la Fisar, diventata ormai per me e mia moglie- che negli anni mi aveva seguito anche in quel compito-, una grande famiglia perché, a grande richiesta, rimasi in consiglio fino a pochi anni fa, quando mi sono ritirato per motivi di salute”.
In dodici anni avrà assaggiato molti vini.
«E li ho anche bevuti. Lo faccio ancora, ma solo un bicchiere con il benestare del medico, perché fa bene alla salute».
Si dice faccia buon sangue.
«Appunto… Sono cresciuto con un nonno che aveva il fiasco sotto il braccio ed è campato fino a 86 anni«.
Negli anni la viniticoltura italiana ha avuto una trasformazione radicale. E vero che è migliorata la qualità come si sente dire spesso?
«Sì. Dopo un periodo in cui i produttori hanno voluto strafare orientandosi più sulla massa che sulla qualità, oggi si sta cercando di avere soprattutto prodotti buoni».
Qual è il vino italiano che predilige?Cosa ne pensa delle bollicine?
«Preferisco il vino fermo, però per certi piatti vanno bene e le migliori, secondo me, sono quelle italiane».
E come vede i movimenti che stanno nascendo sul vino naturale biologico?
«È un campo dove ci sono troppi tranelli e anche della disonestà».
Rispetto a una decina di anni fa il modo di bere è cambiato. Lei approva quello di ora?
«C'è più voglia di qualità, più gusto, ma io sono contrario a certi aperitivi che si preparano oggi: un bel prosecco senza miscugli dentro è l'ideale… Ciò che è cambiato davvero però è che prima, specialmente in pubblico, bevevano solo gli uomini, mentre adesso lo fanno anche le donne, che sono diventate vere e proprie intenditrici. Nei corsi della delegazione di Livorno, per quanto mi dicono, la maggior parte degli allievi è al femminile: su 300 soci c'è un buon 60 per cento di donne, con un'età media di trent'anni. E sono tutte documentate. Vogliono poter dire "questo vino mi piace perché… oppure "non mi piace perché…».
Ai tempi dei suoi inizi in Fisar le donne erano poche?
«Pochissime. Più che altro mogli dei soci».
Tornando al suo lavoro di ristoratore. Da quando ha venduto il ristorante di Calafuria non è più tornato a mangiarci?
«Una volta soltanto, per salutare un mio ex cameriere».
Ha provato nostalgia?
«Tanta. Ho pianto».
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