Gioco
Razzauti: ora dategli la Livornina d’Oro
Il sindaco: aveva il coraggio della speranza. «In alto i nostri remi: è l’omaggio di noi vogatori»
LIVORNO. L’idea la lancia dall’altare monsignor Razzauti: i livornesi hanno voluto un gran bene a Gino Calderini ma la città non gli ha ancora tributato un riconoscimento ufficiale. Cosa fare? «Chiedo alle autorità di valutare l’ipotesi di conferire a Gino la “Livornina d’oro” alla memoria».
È l’onorificenza più alta che abbiamo noi livornesi, e il sindaco non respinge affatto al mittente l’ipotesi di trovare una forma per dare un pubblico riconoscimento a Calderini, anche se non precisa cosa («vedremo poi come»).
Il vicario sottolinea che «Gino è morto proprio nel giorno del Venerdì Santo: lo stesso in cui Cristo attraversa la sofferenza della croce per arrivare alla Pasqua di resurrezione». Il sacerdote disegna un identikit di Calderini come quello di un “cercatore”: anche sul sentiero della fede ritrovata. E l’interrogativo delle ultime settimane con la malattia che incalzava: «Mi diceva: qual è il mio domani? Gli rispondevo: Gino, dimmelo tu, qual è il mio?».
Il sindaco Cosimi ha ancora negli occhi la commozione sincera che ha incrociato sui volti dei consiglieri comunali quando venerdì, in apertura di seduta, ha dato la notizia della morte di Calderini. Il sindaco si aggancia a una frase di Benedetto XVI nel segno della speranza: ecco chi era Gino, un uomo «con il coraggio della battaglia per costruire la speranza».
A tributare a GinoCalderini l’omaggio con il linguaggio delle cantine sono gli equipaggi del Palio, il mondo della “sua” Coppa Barontini. Lo fa Massimiliano Talini, presidente del comitato organizzatore: legge la “lettera a Gino” che abbiamo pubblicato ieri e l’omaggio è l’immagine dei vogatori che alzano i remi verso il cielo in segno di rispetto.
Il doppio amarcord di Talini è con il groppo in gola. Il primo è un fotogramma del ’62, duello all’Ok Corral «al campino di Salviano» fra due squadre nei campionati studenteschi. Il secondo è un’immagine della Barontini: una festa voluta dal Partito comunista, «poi diventata festa popolare».
L’ultimo flashback è nelle mani di Marcello Marchioni, dirigente dell’esecutivo nazionale del Coni: Calderini non aveva remore a cantarle chiare anche ai grandi capi di Roma, compreso adesso che volevano abolire il decentramento locale. «Era appasionato e non aveva timori a metterci la faccia quando c’era da battersi per la sua gente». Quella gente che ieri era lì: perché era giusto esserci e basta.
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