Sicurezza
In mille per l’addio a Gino Calderini
Nell’ultimo abbraccio all’uomo-simbolo del nostro sport l’incontro di tanti mondi diversi. E la chiesa spalanca le porte
LIVORNO. Il Cristo nell'abside della chiesa grande dell'ospedale, forse una gente così non l'ha mai vista: e non parliamo della quantità ma della varietà. Di quel caleidoscopio di tanti pezzi di mondo, l'uno diverso dall'altro. No, non ce l'ha fatta la chiesa a contenere l'ultimo abbraccio che la “sua” Livorno ha dato a Gino Calderini, presidente prima dell'Uisp, poi della Coppa Barontini, infine del Coni: un migliaio di persone si sono strette attorno alla famiglia per l'addio all'uomo che per un quarto di secolo ha fatto giocare i livornesi.
Anche da lassù o dovunque sia adesso, Gino ha conservato quel sorriso ironico così livornese che aveva il coraggio caparbio della mitezza. E senza nient'altro che quello, sia chiaro, ha fatto saltare mille barriere, steccati, frontiere. Un po’ com’è accaduto 14 mesi prima, per il “suo” – per il “nostro” – Luciano De Majo: un parallelo che ritornerà più volte a contrappuntare quest’addio.
A abbracciarlo per l'ultima volta c'erano gli atleti di ieri come Igor Protti e di oggi come Lenny Bottai , c'erano gli anziani ex partigiani, c'erano i ragazzi del tifo e i dirigenti della questura, c'erano parlamentari come Filippi (o ex come Bolognesi e Susini) e c’era il “popolo del remo”, c'erano assessori attuali ma anche qualcuno che lo è stato, c'era tanto delle anime sparse dell'ex Pci così come c'era molto di quelle altrettanto sparse dentro l'attuale Pd, c'era il centrosinistra di governo e c'era un po' di opposizione (come Cannito). E non perché Gino fosse un cerchiobottista o uno Zelig pronto a lisciarti sempre e comunque: la sua identità di comunista era un modo d'essere, non una targhetta appiccicata lì.
Si capisce che questo è l'esito di quel che ha costruito nei suoi 64 anni. Forse invece non tutti hanno compreso quel che Gino ha "inventato" adesso che il suo cuore si è fermato, adesso che si era avventurato in una nuova dimensione religiosa («di recente aveva riscoperto la fede, pregavamo insieme e faceva la comunione spesso», ha detto don Paolo): per i cattolici il Sabato santo è il giorno della chiesa vuota, di quel deserto che sta fra la morte in croce e la resurrezione, niente liturgia né nulla. Ecco, Calderini – morto nel Venerdì Santo sulla “croce” di malato terminale come tanti sofferenti nel reparto cure palliative – ha spalancato le porte del tempio e l'ha affollato di facce, passioni, ansie, dolori, speranze. Magari anche di quelle che non amano granché l'odore dell'incenso.
Non è proprio una messa, è una liturgia di letture guidata – insieme a don Placido Bevinetto e don Gustavo Riveiro – da monsignor Paolo Razzauti, vicario per la città e amico personale di Calderini. È lui a dire di aver scelto le letture bibliche diosegnando l’identikit morale di Gino, a cominciare dal “Vangelo delle beatitudini” («Beati voi miti, beati voi che avete fame e sete di giustizia...»).
Non basta: sotto le navate saltano anche le gerarchie. Il sindaco Alessandro Cosimi arriva a ricordare un amico, non c'entra il dovere istituzionale e nessuno ha la fascia tricolore degli impegni ufficiali: né lui né il suo collega colligiano Lorenzo Bacci oppure il presidente della Provincia Giorgio Kutufà o qualcun altro fra gli amministratori. Per una volta sono sparpagliati fra le panche in mezzo alla gente. Niente posti riservati alle autorità: in prima fila, com’è sacrosanto, solo i familiari.
Gli occhi lucidi non si contano: ragazzoni robusti e anziani fragili, mamme e vecchietti, potenti e chi potente non lo è stato nemmeno un secondo. Ovvio che nessuno se ne vergogni, ovvio che ciascuno abbia quel pudore dei sentimenti che aveva Gino. E se per un ’ora non vola una mosca, l’ultimo “ciao Gino” è un applauso liberatorio che sembra non voler finire mai. Gino, non te ne andare: resta ancora un po’ qui.
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