Sicurezza
Dietro le quinte del valzer dei quattrini
Gli introiti-fantasma dell’acquedotto, i canoni che non arrivano e i maxi-mutui per ripartire
LIVORNO. La relazione degli ispettori ministeriali mette l'accento sul rischio di far confusione sull'andirivieni di quattrini fra le casse del Comune quelle dell'Asa: i rilievi riguardano questioni specifiche molto precise.
Al di là di questa situazione di dettaglio di cui parliamo sopra, vale la pena di alzare lo sguardo sul contesto (senza per questo metter in dubbio la correttezza dell'amministrare).
Tris per il puizzle. In questo garbuglio si sommano il fuoco incrociato di almeno tre questioni: 1) il triplo salto mortale nell'arco di un decennio con l'espansione territoriale dell'acquedotto fino a toccare l'area senese, l'allargamento della compagine soci alla restante trentina di municipi serviti, l’ingresso del partner “privato” che ha acquistato il 40% (e ha le regole di una società quotata; 2) la fuoriuscita dell'Asa da una situazione che già in anni lontani mostrava un indebitamento con l'acqua alla gola e i fornitori (arrabbiati) all'uscio; 3) la regolazione della tariffa dell’acqua da parte del pool delle amministrazioni locali riunite nell’Ato.
Partiamo da quest’ultimo spicchietto del puzzle. Di cosa si tratta? La tariffa al metro cubo viene stabilita prendendo un certo tot di ricavi programmati e dividendoli per una previsione di consumi annui dell’intera zona. Risultato: l’escamotage politico per evitare che la tariffa entri in orbita sta semplicemente in una stima abbastanza ottimistica dei consumi. I ricavi effettivamente fatturati restano al di sotto di quanto ci si aspettava e l’azienda sa che li recupererà nei prossimi anni.
Gli introiti-fantasma. Nel frattempo il bilancio resta in equilibrio grazie agli introiti-fantasma del “delta Ato”: possono figurare come una sorta di introito differito, è un espediente legittimo e non l’hanno certo inventato a Livorno. Si tratta dei mancati introiti da mancati consumi: non pesano sul bilancio perché possono essere contabilizzati come introiti, pesano sulla cassa perché intanto sono soldi che mancano e dunque la liquidità va in affanno.
Il contrappasso, per le finanze dei Comuni, sta nel fatto che arriva con molta più fatica il pagamento dei canoni di concessione che l’Asa deve pagare agli enti locali.
A colpi di milioni. Unica via d’uscita realisticamente possibile: concordare piani di rientro. Per intenderci: a quanto è dato sapere si tratta, ad esempio nel caso del Comune di Livorno, di cifre che si contano a suon di milioni di euro.
Non è la prima volta: né d’una trattativa a tre per un maxi-mutuo che tenga in sella l’Asa (con enti locali e banche al tavolo insieme all’ex municipalizzata) né d’un negoziato per scaglionare nel tempo i guai. Bisogna tornare indietro nel tempo di parecchi anni, quelli a cavallo fra la seconda metà degli anni novanta e il decennio scorso.
L’Asa sogna per un po’ di impancarsi in avventure un po’ surreali dal dolce sapore latinoamericano: con i fanghi di Cuba e con il maxi-appalto di Santo Domingo. Ma, folklore a parte, è anche il periodo in cui il Comune di Livorno cerca di dribblare i primi giri di vite alla finanza pubblica utilizzando l’Asa, a quel tempo la “gallina dalle uova d’oro” come stampella economico-finanziaria: è il generoso sponsor della festa di San Silvestro come di Effetto Venezia (così come di squadre e squdrette nei centri minori che conta di andare a servire), si occupa di sisitemare strade, semafori e illuminazione pubblica anticipandone dunque i quattrini...
Il triplo salto mortale. Nell’arco di un pugno di mesi, a cavallo fra il 2003 e il 2004, l’Asa non è più controllata al 100% da Livorno, quasi un pezzo staccato di Palazzo civico, ma quasi in contemporanea apre le porte a uno stuolo di Comuni evende il 40% all’ex municipalizzata genovese Amga (che poi si “sposerà” con le consorelle torinese e emiliane).
Praticamente nel stesso giro di valzer c’è stato da prendere sulla schiena il peso di un altro mutuo-monstre: ma sulla schiena di chi? Ovvio che i nuovi entrati non vogliano né addossarseli in proprio né lasciare che pesino sui conti dell’azienda di cui hanno appena comprato le quote. Ne è nata la Liri (100% Comune) con la missione impossibile di tenere insieme la proprietà di reti e impianti, il mutuo del maxi-debito e la gestione delle farmacie (ora vendute). Ma questo è già un altro discorso.
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