Gioco
Investita in bici sull'Aurelia
Sotto choc l’automobilista: non l’ho vista è sbucata dal nulla e andava a zig-zag
LIVORNO. Un corpo è a terra vicino a una bicicletta da donna, la mano è incastrata nei raggi, c’è il sangue che scivola sull’asfalto e sfiora una borsa nera e una busta della spesa con dentro un cesto di insalata. Pochi metri più indietro un ragazzo con i jeans e le scarpe rosse fa avanti e indietro lungo il marciapiede: parla al telefono, si mette le mani nei capelli e ripete di non averla vista. Che «è sbucata da destra» e lui non è riuscito ad evitarla.
Il traffico nell’ora di punta lungo viale Alfieri si blocca, un ragazzo in moto chiama il 118, un altro con la tuta scura è al telefono con i carabinieri. «Abbiamo bisogno di un’ambulanza. Dove? A Livorno», risponde un po’ stizzito.
«Qualcuno ha visto qualcosa», dice una ragazza. «Dov’è quello che l’ha investita – le fa eco un’altra – mica sarà scappato».
La Toyota Coralla sulla quale il giovane, 24 anni, viaggiava in direzione sud, è ferma pochi metri più avanti. I vigili urbani, dopo i rilievi, confermeranno che la bicicletta si sarebbe immessa lungo la strada principale dopodiché sarebbe stata urtata dall’auto. A quel punto – hanno confermato anche i testimoni – il corpo è stato sbalzato sul cofano prima di cadere a terra. È durante questa carambola che la donna, 45 anni di origine macedone, si è procurata un profondo taglio alla testa e il trauma che le ha fatto perdere conoscenza per qualche minuto.
Ma c’è un momento nel dramma di viale Alfieri, in cui il gioco delle responsabilità tra vittima e colpevole, si ribalta.
Succede quando arriva l’ambulanza della Misericordia. Alla dottoressa che è di turno bastano pochi istanti, il tempo di domandare alla ciclista il suo nome e ricevere una risposta, per capire che in lei qualcosa non va. «Com’è successo», domanda allora al conducente dell’auto. «È sbucata dal nulla e non l’ho vista», ripete lui. «Ha l’alito che sa di alcol, ha bevuto», chiede il dottore alla quartacinquenne.
Quello che succede da questo punto in poi è il tentativo della donna di scendere dalla barella. «Non voglio andare all’ospedale», dice un paio di volte. «Se arriva la polizia è peggio», cercano di tranquillizzarla i sanitari della Misericordia. La donna non si dà pace, prova ancora a liberarsi dalle corde con le quali è legata. Prima di salire in ambulanza l’ultimo desiderio: «Ridatemi la scarpa». (f.l.)
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