Sicurezza
Sorpresa: è nata l’Ovosodo Valley
È un arcipelago di oltre 600 aziende che dà lavoro a più di 5mila persone. E ha retto benino alla crisi
LIVORNO. Piccole imprese crescono: spesso semplicemente spuntano, magari si arrangiano, talvolta muoiono ma in genere si irrobustiscono. Comunque, campano: anzi, si moltiplicano.
È la Ovosodo Valley, quella fetta dell'arcipelago della piccola imprenditoria livornese che punta sull'high tech: piccoli sì ma sulla nuova frontiera dell'innovazione. Nonostante là fuori imperversi l'uragano della crisi che stermina la voglia di mettersi in proprio e travolga i diritti di chi lavora. Nonostante un bello spicchio del nostro debito pubblico sia nascosta sotto il tappeto dei ritardati pagamenti da parte degli enti pubblici e le difficoltà di credito (e di mercato delle imprese più grandi) siano scaricate lungo la catena della committenza: con il brillante risultato che sono le realtà più piccole a fare da banca per banche, grandi gruppi, pubblica amministrazione…
L’ultimo report Cciaa. L’Ovosodo Valley non sarà una galassia sconfinata di imprenditorialità diffusa ma è più affollata di quel che forse ci si immagina. A dare una bella picconata all’identikit di una provincia tutta saldatrici e ciminiere è l’ultimo report appena sfornato dal Centro studi ricerche della Camera di Commercio: nella nostra provincia si contano 661 imprese (con 5.210 addetti) sotto la lente dell’Osservatorio sulle imprese high tech della Toscana nato dall’alleanza fra Unioncamere e l’Istituto di management della Scuola superiore di studi universitari Sant’Anna.
Il numero delle imprese è solo apparentemente rilevante: nient’altro che il 2,2% del totale di quelle che figurano nell’anagrafe delle ditte. Quanto basta per metterci al penultimo posto in Toscana (peggio di noi solo Grosseto). Lontano sia dalla percentuale regionale (2,8%) sia da quella nazionale (3,1%): appena meglio della Basilicata, insomma.
Grossomodo sulla stessa lunghezza d’onda la musica se guardiamo agli addetti: rappresentano il 4,7% del totale dei lavoratori. Anche in questo campo ce la caviamo peggio sia della Toscana (5,6%) che del resto d’Italia (7,1%): ma stavolta sotto di noi non c’è solo Grosseto ma anche Pistoia e Prato.
Ma dieci anni fa... Se prima della fine degli anni novanta era stato il compianto prof. Paoli, con i suoi studi sull’economia dell’innovazione a fissare lo sguardo in questa direzione, già agli inizi del 2003 la Provincia aveva messo nero su bianco un rapporto sulla new economy che all’inizio del decennio cercava di intercettare quel che si muoveva su questa (nuova) frontiera. Fotografando numeri precisi: 425 imprese (384 delle quali sotto i cinque occupati), 828 posti di lavoro in tutto.
Dunque, in quasi dieci anni sono nate tante altre imprese (e quante però ne sono mortefra quelle della prima ora?). Soprattutto però si è consolidata anche nella nostra zona la struttura di un settore non più solo pionieristico: basti dire che se le imprese sono aumentate del 55,5%, ma l’incremento del numero dei lavoratori è stato dieci volte tanto.
Di cosa si occupano i nostri campioni sul fronte dell’alta tecnologia? Quasi la metà di essi sta in due filiere: quella dell’informatica e delle telecomunicazioni; quella delle tecnologie meccaniche avanzate e della produzione industriale (che sembra un po’ la “nipote” della tradizione metalmeccanica del nostro territorio).
Forti di fronte ai guai. L’analisi del lungo dossier del Centro studi insiste in particolare su un elemento-chiave, solo indirettamente misurabile attraverso il numero di imprese o di addetti: è la capacità di reggere la crisi. Occhi puntati sulla prima metà della sberla che ha preso l’economia mondiale, quella dal ko di Lehman Brothers fino a tutto il 2010. Risultato: se fra le aziende “normali” quelle in affanno sono il triplo di quelle in crescita, nel campo delle società high tech la tendenza è quasi opposta, cioè le aziende che vedono rosa sono più del mdoppio di quelle che vedono nero.
«In questo particolare periodo di crisi economica in cui il tessuto imprenditoriale non sempre è riuscito a salvaguardare i livelli occupazionali ante-crisi, il comparto dell’alta tecnologia si distingue per una straordinaria capacità di tenuta dei bacini occupazionali».
Ma c’è un “ma”. Lo troviamo nel rapporto dell’Ufficio italiano brevetti: sì, abbiamo salito tre gradini (dal 49° al 46° posto) nella classifica per numero di brevetti depositati. E tuttavia ora sono appena uno ogni mille a livello nazionale e nel 2009 erano uno ogni 625. Meno di quel che avveniva negli anni novanta. L’unica consolazione è che, eccetto Milano, tutte le altre città hanno visto calare le invenzioni depositate. Ma è una consolazione?
di Mauro Zucchelli
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