Sicurezza
Limoncino, Bellabarba chiede il dissequestro della discarica
Domani l’avvocato Francini depositerà l’istanza in Procura con un faldone tecnico di oltre 200 pagine Dopo cinque mesi di stop scatta la guerra di consulenze per decidere se i rifiuti finiranno sulla collina
LIVORNO. Dopo cinque mesi di silenzio riparte la battaglia. Nelle stanze della Procura più che lungo le strade del monte La Poggia: domani l’avvocato Anna Francini, legale della società Bellabarba, presenterà in via Falcone e Borsellino l’istanza di dissequestro della discarica del Limoncino, sigillata dai carabinieri lo scorso 20 ottobre.
Alle sessanta pagine che compongono la richiesta si aggiunge un faldone di oltre 200 carte: Francini lo definisce «sponda tecnica» per cercare di mettere in discussione le argomentazioni che sono alla base del provvedimento di sequestro e che sono il frutto di una consulenza affidata dalla Procura ad alcuni esperti del Cnr.
Il 2 novembre la società proprietaria del sito che si affaccia sul Limoncino aveva deciso di non presentarsi all’udienza fissata per il riesame del provvedimento firmato dal Gip Beatrice Dani, su richiesta del Pm Filippo Maffeo. Scelta dettata, appunto, dalla necessità di mettere in piedi un impianto tecnico da contrapporre alle corpose carte dell’accusa.
La consulenza è stata affidata a un pool di esperti coordinati da tre docenti universitari molto conosciuti nel settore: Raffaello Cossu (lo stesso che ha progettato la discarica comunale di Livorno) per la parte che riguarda i rifiuti, Giovanni Raggi e Paolo Croce per quella idrogeologica e geotecnica.
Ad esaminare l’istanza sarà il pubblico ministero: non più Filippo Maffeo (trasferito a Grosseto per occuparsi della Concordia), ma Antonella Tenerani, che potrà decidere per il dissequestro o rimettere tutto nelle mani del Gip. In ogni caso è impossibile fare previsioni sui tempi, anche perché il Pm avrà bisogno di prendere confidenza con una materia delicatissima e spinosa. Maffeo un mese fa ha chiuso le indagini: ancora non risulta che i 5 indagati siano stati rinviati a giudizio, anche perché non sono stati interrogati come richiesto dai rispettivi avvocati. Nel mirino, per accuse che vanno dall’abuso d’ufficio all’abuso edilizio, ci sono: Gianfranco Chetoni (dirigente del Comune), Federico Bellabarba (titolare della società), Reginaldo Serra (dirigente della Provincia), Antonio Rafanelli (direttore dei lavori) e il nipote Andrea (anche lui dirigente di Palazzo Granducale).
Non è difficile da immaginare che a questo punto più che una battaglia tra accusa e difesa sarà una prova di forza tra consulenti (e una bella grana politica). Le 200 pagine che saranno depositate domani cercheranno di scardinare punto per punto le tesi della Procura (nel box a lato). A partire dal rischio esplosioni e crolli che sta alla base del sequestro. I lavori nell’ex cava trasformata in discarica sono praticamente pronti: se anche il giudice decidesse di togliere i sigilli servirebbe, però, la certificazione del collaudo da parte della Provincia.
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